“Morire di Naia”, recensione di Davide Pelanda

Pubblichiamo la bella recensione di Davide Pelanda, docente di Scuola per la pace, al libro Morire di Naia, di Marta Silvestre e Andrea Turco (Zolfo Editore, 2026), la cui lettura sarà molto utile per la necessaria contronarrazione sul fascino delle “carriere in divisa” con cui i militari tentano di allettare le e i giovani studenti all’arruolamento nelle Forze Armate.

Morire di Naia

«Siamo pronti alla morte, l’Italia chiamò». È una delle strofe più note dell’Inno nazionale italiano, quella che ancora oggi, durante la cerimonia del giuramento di fedeltà alla Repubblica, viene cantata da chi sceglie di intraprendere la carriera militare. Parole solenni, che evocano il sacrificio estremo per la Patria e che, nella loro immediatezza, ricordano come il soldato sia chiamato, in caso di necessità, persino a mettere in gioco la propria vita.
Ma cosa succede quando non si muore in guerra, bensì inconsapevolmente, in tempo di pace? Cosa accade quando una giovane recluta perde la vita all’interno di una caserma, in un ambiente che dovrebbe essere prima di tutto un luogo di formazione, disciplina e crescita professionale? E cosa accade quando dietro una morte si nascondono episodi di violenza, umiliazioni, soprusi e quello che per decenni è stato chiamato, con una parola quasi innocua, “nonnismo”?
Sono proprio queste alcune delle domande alle quali cerca di rispondere il libro-inchiesta Morire di Naia, scritto da due giovani giornalisti, Marta Silvestre e Andrea Turco, pubblicato da Zolfo Editore nel 2026 (178 pagine, 17 euro).
Un lavoro che riporta alla luce una parte della storia del servizio militare obbligatorio italiano rimasta per troppo tempo ai margini del dibattito pubblico.
Silvestre e Turco, nati a metà degli anni Ottanta, appartengono a una generazione che la cosiddetta «cartolina di precetto» per il servizio militare obbligatorio di un anno non l’ha mai ricevuta. Non hanno quindi vissuto direttamente l’esperienza della leva, ma ne hanno sentito parlare, hanno raccolto testimonianze e si sono documentati per ricostruire una realtà spesso nascosta dietro le mura delle caserme.
Il loro obiettivo è cercare di capire perché sia esistito, e in parte possa ancora esistere, un lato oscuro della vita militare e come la disciplina, necessaria all’interno delle Forze armate, possa trasformarsi in abuso. Un abuso che, nei casi più gravi, può arrivare a coinvolgere le stesse istituzioni e a creare un muro di silenzio attorno a giovani militari che, invece di essere protetti, finiscono per sentirsi traditi proprio da quelle istituzioni che hanno scelto di servire.
I “morti per naia” raccontati nel volume sono cinque: Emanuele Scieri, Tony Drago, Giovanni Cosca, Marco Mandolini e Riccardo Rasman. Cinque vicende diverse, accomunate da morti drammatiche e da percorsi investigativi segnati, secondo la ricostruzione degli autori, da piste false, omissioni, contraddizioni e indagini spesso confuse.
Ma l’elenco, purtroppo, non si esaurisce qui. In Italia non esiste infatti un’anagrafe ufficiale in grado di quantificare con certezza il numero complessivo dei giovani morti a causa del servizio militare obbligatorio. Le stime indipendenti relative al periodo compreso tra il 1946 e il 2005, anno in cui la leva obbligatoria venne sospesa per legge, parlano di una cifra compresa tra 3.000 e oltre 5.000 decessi avvenuti in tempo di pace. Numeri impressionanti, soprattutto se si considera che si tratta di giovani che non si trovavano su un campo di battaglia, ma all’interno di strutture militari dello Stato.
Tra le cause di morte più rilevanti vi è il suicidio delle giovani reclute, spesso collegato a situazioni di forte isolamento, all’incapacità di adattarsi a una disciplina particolarmente rigida o a traumi provocati da episodi di “nonnismo” e vessazione. Secondo i dati emersi in Commissione Difesa, negli anni Sessanta e Settanta il tasso di suicidi tra i giovani di leva avrebbe talvolta superato quello registrato nella popolazione civile della stessa fascia d’età.
Accanto ai suicidi vi erano poi altre cause di morte, numericamente meno rilevanti ma comunque significative: incidenti stradali durante i trasferimenti dei contingenti, colpi d’arma da fuoco accidentali nei poligoni, incidenti durante l’addestramento ed esplosioni. A queste si aggiungevano i decessi provocati da patologie fulminanti che non venivano diagnosticate durante le visite di leva, come arresti cardiaci o meningiti fulminanti, queste ultime favorite anche dalle condizioni di sovraffollamento che in determinati periodi caratterizzavano le camerate.
Il punto centrale dell’inchiesta è però anche un altro: comprendere come la violenza potesse essere normalizzata e trasformata in una sorta di rito di passaggio. Il “nonnismo”, le umiliazioni e le prove di forza venivano talvolta presentati come strumenti necessari per “formare il carattere” della recluta, come se la sofferenza fosse una componente inevitabile della vita militare e come se mettere alla prova la resistenza fisica e psicologica di un giovane fosse parte integrante dell’addestramento.
L’analisi condotta dai due giornalisti si basa su atti giudiziari, documenti inediti, atti parlamentari e testimonianze dirette. È questo apparato documentale a dare forza alla loro ricostruzione. Morire di Naia non è quindi soltanto un libro di cronaca, né una semplice raccolta di storie tragiche: è soprattutto un tentativo di interrogarsi sul rapporto tra disciplina e abuso, tra obbedienza e responsabilità, tra istituzioni e singoli individui.
È anche un atto d’accusa contro la normalizzazione della violenza e del “nonnismo”, troppo spesso giustificati come “riti di tempra virile”. Dietro questa espressione, apparentemente innocua, possono infatti nascondersi comportamenti che nulla hanno a che vedere con l’addestramento militare e che possono invece trasformarsi in vere e proprie forme di sopraffazione.
«Ancora oggi, troppo spesso, chi vive in caserma o va in missione – scrivono i due giornalisti nel volume – si reputa diverso da chi vive nella società civile, che non potrà mai capire cosa si prova ad avere addosso una mimetica, una divisa che si reputa tatuata e alla quale si dà tutto, si deve dare tutto».
È una riflessione importante perché permette di comprendere anche la distanza che per lungo tempo ha separato il mondo militare dalla società civile. Una distanza fatta di linguaggi, regole, gerarchie e codici interni, ma anche di una diversa percezione del rapporto tra individuo e istituzione.
Oggi, tuttavia, potremmo dire che l’esercito e la figura del soldato siano, per usare un termine forse improprio ma efficace, più “sdoganati” rispetto al passato. La percezione delle Forze armate non è più quella di qualcosa di completamente estraneo alla nostra vita quotidiana. Al contrario, la presenza dei militari è diventata sempre più visibile nello spazio pubblico.
«I militari fanno tendenza – scrivono Silvestre e Turco nel libro –. Vanno in tv e sono protagonisti del dibattito politico. (…) la politica sceglie l’ostentazione muscolare e armata, mettendo in campo l’esercito, che opera congiuntamente alle forze di polizia».
È sufficiente guardarsi intorno per accorgersi di quanto questa presenza sia diventata abituale. Oggi vediamo giovani soldati pattugliare le strade delle nostre città, soprattutto nelle zone considerate più sensibili, con una funzione di deterrenza nei confronti della criminalità. È la cosiddetta “Operazione Strade Sicure”, introdotta nel 2008 durante il governo Berlusconi e tuttora attiva.
Secondo gli autori, «(…) non è soltanto una misura spot ma ha inciso parecchio nell’immaginario collettivo italiano. Con essa per la prima volta l’esercito viene impiegato in pianta stabile nelle città. (…) l’esercito è ovunque».
Negli ultimi anni, infatti, il mondo militare è entrato anche negli spazi educativi, attraverso iniziative di orientamento, promozione e collaborazione con le scuole.
«Lo sbarco dei militari nelle scuole, per attività di promozione con sfumature cooptative, è stato talmente preponderante che nel 2023 è nato l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università», osservano gli autori.
Si tratta di un cambiamento significativo rispetto all’epoca della leva obbligatoria. Se allora il servizio militare rappresentava per molti giovani un passaggio quasi inevitabile della vita adulta, oggi la scelta di entrare nelle Forze armate avviene prevalentemente su base volontaria e viene presentata anche come una possibile opportunità professionale.
Il servizio militare volontario è diventato, in questo senso, uno dei tanti percorsi lavorativi disponibili, seppure caratterizzato da regole, gerarchie e responsabilità particolari e da un ambiente che rimane, per sua natura, in parte “ermetico”, nel quale vigono procedure, segreti e codici comportamentali differenti da quelli della società civile.
Anche sotto questo aspetto, però, il libro invita a interrogarsi sulle ragioni sociali ed economiche che spingono tanti giovani a scegliere la carriera militare. Il bacino di reclutamento delle Forze armate, osservano gli autori, proviene in larga misura dal Mezzogiorno d’Italia, dove la possibilità di ottenere uno stipendio stabile può rappresentare un’alternativa concreta alla disoccupazione giovanile e alla scarsità di opportunità lavorative.
Un paradosso emerge allora con particolare evidenza: se molti dei giovani che scelgono di entrare nelle Forze armate sono del Sud, le numerose caserme e strutture militari sono dislocate nel Centro-Nord della Penisola. Per alcuni di loro, quindi, l’ingresso nell’esercito significa anche lasciare la propria terra, la famiglia e il proprio ambiente di origine, entrando in un mondo completamente nuovo e sottoposto a regole rigide.
È proprio in questo passaggio che il tema della vulnerabilità delle giovani reclute assume un’importanza particolare. Un ragazzo o una ragazza che entra in una caserma non porta con sé soltanto un’uniforme: porta la propria storia personale, le proprie fragilità, le proprie aspettative e il proprio bisogno di sentirsi parte di una comunità. Se l’ambiente nel quale entra diventa invece luogo ostico, di isolamento, paura o sopraffazione, il confine tra disciplina e abuso può diventare estremamente sottile.
Morire di Naia ha dunque il merito di riportare l’attenzione su una pagina della storia italiana che rischia di essere dimenticata. La sospensione della leva obbligatoria nel 2005 non ha cancellato automaticamente i problemi legati alla cultura militare, alla gestione del potere gerarchico e al rapporto tra disciplina e diritti individuali.
Le storie raccontate da Silvestre e Turco diventano così qualcosa di più di una sequenza di tragedie personali. Sono vicende che chiamano in causa lo Stato, le istituzioni, la giustizia e, più in generale, la società civile. Perché una morte avvenuta durante il servizio militare non dovrebbe mai essere considerata semplicemente come una fatalità, soprattutto quando emergono dubbi, omissioni, responsabilità o comportamenti che avrebbero potuto essere evitati.
Questa inchiesta giornalistica lascia quindi il segno proprio per la capacità di riportare alla luce ferite profonde e, in alcuni casi, mai realmente curate. Il libro pone domande scomode e obbliga il lettore a guardare oltre la retorica della divisa, del coraggio e del sacrificio.
La memoria dei ragazzi raccontati nel volume, così come quella di tanti altri giovani che hanno perso la vita durante il servizio militare, diventa in questo modo un richiamo alla responsabilità.
Perché il rispetto della Patria, della divisa e delle istituzioni non può prescindere dal rispetto della persona. E proprio per questo Morire di Naia si presenta come un monito: affinché la disciplina non diventi mai una giustificazione per la violenza, affinché il silenzio non prevalga sulla verità e affinché la giustizia possa finalmente arrivare anche laddove, per troppo tempo, hanno prevalso omissioni, paure e muri di omertà.

Davide Pelanda, agosto 2026

Questo articolo è stato pubblicato anche sul sito dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, consultabile a questo link.

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