Il filosofo Gentile, non rimpianto padre della scuola classista italiana, rivendicò le azioni omicide delle squadracce fasciste parlando di “filosofia del manganello”.
Più prosaicamente, la presidente Meloni ha inaugurato una “pedagogia della repressione” – praticata con manganellate, lacrimogeni, carcere e misure cautelari – con cui sta “educando” cittadine e cittadini, in particolare di origine straniera, e minorenni delle nostre scuole, a stare al loro posto e non disturbare il governo.
Dopo le straordinarie mobilitazioni dell’autunno contro il genocidio della popolazione palestinese, la repressione ordinata dal ministro dell’interno e fatta propria dalla procura torinese sta mietendo quotidianamente vittime.
Il tentativo di espulsione dell’imam Shahin, gli arresti degli e delle animatrici delle reti di solidarietà con la Palestina, lo sgombero di Askatasuna con la militarizzazione del quartiere e infine l’arresto di sei studenti minorenni delle scuole torinesi sono tasselli di un unico piano repressivo.
Si tratta di mostrare alle persone senza potere che non possono permettersi di avere un’opinione politica né di esprimerla, tantomeno con le loro azioni.
Forme di castigo intimidatorie applicate a giovani che rifiutano la propaganda fascista e razzista e manifestano per la liberazione del popolo palestinese e contro le guerre vogliono insegnare che del diritto internazionale, dei diritti di cittadinanza e della stessa Costituzione si può “fare strame”.
Noi, che viviamo ogni giorno il mondo della scuola, così colpito nella nostra città, non abbiamo intenzione di restare a guardare: per questo siamo a fianco di tutte le persone che generosamente cercano di fare del mondo un luogo meno ingiusto e spietato di quanto oggi sia diventato.
Il potere che esibisce poliziotti e carabinieri nelle strade, commina multe salate per le manifestazioni d’autunno, sottopone giovani minorenni a misure detentive come strumenti di controllo del territorio mostra infatti di temere il dissenso e si preoccupa principalmente di soffocare e silenziare le voci critiche. Come avviene nello scenario internazionale, così sul piano locale poteri ormai privi della forza della ragione colpiscono chi si oppone dispiegando la cruda ragione della forza.
Per questo invitiamo lavoratrici, lavoratori, studenti, cittadine/i a organizzarsi ed esprimersi contro le politiche repressive messe in atto dal governo e da una parte della magistratura e delle forze dell’ordine. Sollecitiamo la convergenza di tutte le realtà sindacali che non si piegano e dell’associazionismo democratico e progressista.
Raccogliamo l’invito della grande assemblea, con partecipazioni da ogni parte d’Italia, tenuta al Campus Einaudi di Torino il 17 gennaio scorso per per lanciare un segnale chiaro e fermo contro ogni deriva antidemocratica e contro le politiche di guerra.
Continuando il nostro impegno nella costruzione di una partecipazione attiva nei luoghi di lavoro e nelle scuole, vogliamo contribuire al successo della manifestazione nazionale contro la repressione che si terrà a Torino il 31 gennaio. Iniziamo un percorso di netto rifiuto delle politiche governative: respingere la pedagogia della repressione e chiedere la liberazione dei giovani impegnati nelle lotte per la Palestina e nelle lotte sociali è un atto civile necessario per evitare che si compia una svolta liberticida e reazionaria, di cui percepiamo le nere avvisaglie.
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A fine ottobre, davanti ad un liceo torinese, un volantinaggio di gruppi giovanili di partiti di destra, scortato da un esagerato dispiegamento di forze dell’ordine, ha causato caos e tensione tra gli studenti e le studentesse che stavano entrando a scuola, generando una situazione che ha portato verso il fermo di uno studente minorenne ed in seguito a misure cautelari per altri studenti precedentemente, fortunatamente ora revocate.
L’episodio non è isolato: nelle settimane precedenti eventi analoghi si erano verificati davanti al Primo Liceo Artistico, contenuti grazie all’azione di alcuni docenti che sono riusciti a tutelare gli allevi dalle provocazioni scaturite dal volantinaggio. Con l’inizio del nuovo anno scolastico abbiamo potuto registrare altri episodi analoghi, sia davanti al Liceo Giordano Bruno che davanti all’istituto Sommeiller: in entrambi i casi i volantinaggi sono avvenuti sotto la scorta della Digos e di camionette di polizia.
Come docenti e come genitori siamo preoccupati per questa modalità operativa che trasforma l’ingresso negli istituti scolastici in un momento di tensione e pericolo. Per questo motivo abbiamo deciso di accogliere e rilanciare le proposte avanzte da numerosi colleghi del Primo Liceo Artistico a cui hanno fatto seguito quelle dei docenti del Liceo Giordano Bruno, attraverso un appello per una scuola solidale ed aperta al multiculturalismo, in grado di contrastare la propaganda di contenuti a sfondo razzista e xenofobo attraverso il dialogo, l’analisi e l’approfondimento dei contenuti.
Rilanciamo il ruolo educativo della Scuola che ha il dovere di accompagnare i giovani nel loro percorso di crescita e formazione, utilizzando strumenti basati su collaborazione, rispetto ed ascolto e non sulla repressione ed il controllo.
Sentiamo la necessità di aprire un confronto con tutte le componenti del mondo scolastico per cercare di intraprendere un dialogo con le istituzioni che possa garantire tutela e protezione per i ragazzi e le ragazze delle scuole cittadine.
Intraprendiamo questo percorso con una
ASSEMBLEA PUBBLICA
Giovedì 29 gennaio alle 16
Unione Culturale Franco Antonicelli Via Cesare Battisti 4, Torino
Per esprimere contrarietà al tentativo di coinvolgimento delle scuole nelle politiche di repressione.
Per sostenere una scuola democratica e inclusiva che continui ad essere esempio di accoglienza e rispetto promuovendo la crescita di una cittadinanza attiva e solidale.
Invitiamo a partecipare i coordinamenti e i collettivi che si occupano di scuola e le realtà antifasciste.
Scuola per la Pace Torino e Piemonte – Assemblea Scuola Torino
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Il Venezuela di Rodriguez risponde con la diplomazia e la politica alla violenza dell’Impero. Lottando per la liberazione di Maduro e Cilia Flores.
Geraldina Colotti, giornalista, saggista, direttrice dell’edizione italiana de «Le monde diplomatique», è a Caracas dove segue da vicino la situazione venutasi a creare in seguito all’attacco USA tra il 2 e il 3 gennaio, in spregio di ogni regola del diritto internazionale. Con grande generosità ha accettato di rispondere ad alcune domande sulla crisi.
Come si vive a Caracas, a distanza di una settimana dall’attacco USA e dal sequestro di Maduro e di sua moglie Cilia Flores? Il Paese è spaccato in due o prevale un sentimento patriottico di fronte all’attacco imperialista? Cosa si aspettano o temono i venezuelani?
A Caracas si vive una calma consapevole e profondamente dignitosa. Nonostante lo shock iniziale del bombardamento notturno e l’oltraggio del sequestro del Presidente Maduro e della Primera Combatiente Cilia Flores, la città non è caduta nel caos che Washington sperava. Al contrario, si respira un’atmosfera di resistenza. Il paese non è affatto spaccato in due secondo la narrazione stereotipata dei media occidentali; ciò che prevale è un massiccio sentimento patriottico. Anche settori che potevano avere critiche verso la gestione economica si sono ricompattati attorno alla difesa della sovranità nazionale. I venezuelani si aspettano una prova di forza diplomatica e militare internazionale per il rilascio dei prigionieri, ma temono soprattutto l’escalation coloniale che mira a smantellare le conquiste sociali. La risposta popolare è l’organizzazione: i comitati di difesa e le comuni sono in stato di allerta permanente.
Torniamo sull’attacco. E’ più chiara la dinamica dei fatti? Perché non c’è stata alcuna reazione militare? Come è possibile che aerei ed elicotteri abbiano volato su centri abitati senza che non sia stato sparato un solo colpo per abbatterli? Sono partite le indagini per individuare chi dall’interno abbia passato informazioni o favorito l’attacco USA?
La dinamica dell’attacco rivela un’aggressione bellica sproporzionata, condotta con mezzi modernissimi e letali, compresa una tempesta elettromagnetica per neutralizzare i sistemi antidroni. Non è vero che non ci sia stata reazione: c’è stata una resistenza accanita durata due ore, durante le quali le forze di difesa hanno cercato di respingere l’incursione con ogni mezzo a disposizione. Il bilancio è tragico: si contano almeno cento morti e altrettanti feriti gravi, molti dei quali sono civili colpiti nelle proprie case o nelle strade dei quartieri popolari. Nel Fuerte Tiuna c’è anche un grande complesso di case popolari, Ciudad Tiuna. La tecnologia impiegata dagli Stati Uniti ha annullato i sistemi di difesa venezuelani, ma la battaglia c’è stata ed è stata cruenta. La verità è che il Venezuela ha subito un atto di guerra unilaterale e violento, al quale ha risposto con coraggio pagando un altissimo tributo di sangue. Le indagini sulle eventuali complicità interne saranno necessarie, ma non devono oscurare la realtà di un attacco frontale del Pentagono contro una nazione sovrana e pacifica. Sono state violate tutte le norme del diritto internazionale. Intanto appaiono chiari i tradimenti dei governi di Guyana, Trinidad e Tobago e quello colonizzato di Portorico che hanno aperto gli spazi aerei e quelli marini all’attacco di un paese sovrano e che, come il Venezuela, ha sempre praticato l’interscambio solidale.
Qual era l’obiettivo del raid? Generare un cambio di governo con l’appoggio della destra golpista e delle opposizioni oppure era principalmente teso a sequestrare Maduro per poi ricattare il gruppo dirigente bolivariano?
L’obiettivo del raid non può essere ridotto a una singola opzione, poiché risponde a una strategia multi-livello. Certamente il sequestro di Maduro e Cilia Flores mira a decapitare simbolicamente la rivoluzione per ricattare il gruppo dirigente, cercando di indurre una paralisi decisionale o una resa per sfinimento. Soprattutto, Trump tenta di mettere la mano sulle risorse energetiche del Venezuela. Tuttavia, l’azione serve anche da catalizzatore per la destra golpista interna: l’idea del Pentagono è quella di creare un vuoto di potere immediato che le opposizioni possano riempire, legittimate dal riconoscimento istantaneo di Washington (che, però, non c’è stato: anche Trump ha dovuto riconoscere che Maria Corina Machado non ha consenso nel paese e non può governare). È un tentativo di forzare il “cambio di regime” combinando la forza bruta tecnologica con la pressione politica interna, utilizzando il sequestro come moneta di scambio per smantellare l’architettura istituzionale dello Stato bolivariano.
E’ subito partita quella che tu ed altri avete definito una guerra cognitiva con l’obiettivo di far passare l’attacco per una capitolazione del Venezuela bolivariano. Vuoi spiegare cosa intendi con questo concetto?
Per guerra cognitiva intendo quella forma sofisticata di conflitto che non mira solo a distruggere infrastrutture, ma a occupare e manipolare la mente della popolazione e dell’opinione pubblica mondiale. In questo caso, l’attacco è stato immediatamente seguito da una pioggia di fake news e operazioni di disinformazione volte a far apparire la resistenza della FANB [Forza armata nazionale bolivariana, ndr] e del popolo come una capitolazione. Si vuole indurre un senso di ineluttabilità e di sconfitta, paralizzando la volontà di combattere. La narrazione dell’invincibilità tecnologica statunitense serve a generare rassegnazione, facendo passare un atto di pirateria e un massacro per una operazione di polizia internazionale necessaria e accettata. È il tentativo di vincere la guerra senza dover occupare fisicamente ogni strada, ma occupando l’immaginario collettivo con la paura e la percezione della resa.
Come interpreti la decisioni di Rodriguez di rilasciare un gran numero di detenuti politici, di inviare una delegazione di diplomatici per riaprire le relazioni con gli USA o il comunicato di Pdvsa di avviare trattative per commerciare con gli USA il petrolio, o l’accordo per il rientro della petroliera sequestrata, la Minerva?
Queste decisioni della presidenta incaricata, Delcy Rodríguez non vanno interpretate come un cedimento, ma come una manovra tattica di alta diplomazia in un momento di estrema vulnerabilità. In una situazione di sequestro del vertice dello Stato, il governo bolivariano sta cercando di guadagnare tempo e di disinnescare l’aggressione permanente interna, supportata dall’esterno con il pretesto dei “diritti umani”. Rilasciare politici detenuti o aprire canali su PDVSA e sulla Minerva significa tentare di spostare il conflitto dal terreno puramente bellico, dove la sproporzione tecnologica è evidente, a quello negoziale, per proteggere la stabilità interna e la vita dei sequestrati. È una gestione della crisi che cerca di preservare l’ossatura dello Stato e la continuità del potere bolivariano mentre si riorganizzano le forze. In ogni caso, le risorse del popolo rimarranno nelle mani de popolo come prevede la costituzione.
Come valuti le reazioni politiche di Brasile, Messico e Colombia, cioè dei paesi più minacciati da Trump insieme al Venezuela? Sono in grado questi paesi di coordinare una risposta politica o prevarrà la politica del “divide et impera” di Trump?
Le reazioni di Brasile, Messico e Colombia sono cruciali perché questi paesi comprendono che il Venezuela è il laboratorio di ciò che Trump potrebbe riservare a loro. C’è una volontà di coordinamento, come dimostrato dai contatti tra Lula, Petro e Claudia Sheinbaum, ma la pressione di Washington per applicare il divide et impera è feroce. Trump usa il ricatto commerciale e migratorio per impedire un fronte unico latinoamericano. La capacità di questi paesi di resistere dipenderà da quanto sapranno anteporre la sovranità regionale agli interessi immediati e quanto riusciranno a far pesare la loro importanza economica comune di fronte all’unilateralismo statunitense.
E’ possibile che la strategia di tenuta di Rodriguez sia di cogestire con gli USA la politica petrolifera? E’possibile che la Cina come principale bersaglio di questa operazione accetti la sua esclusione dal Venezuela e in prospettiva dall’America Latina?
È assolutamente da escludere che la strategia sia quella di una co-gestione strutturale nel senso coloniale del termine; il piano che si sta mettendo in marcia è già stato deciso da Maduro in precedenza e prevede di vendere il petrolio a chiunque, ma in condizioni di pari dignità. D’altro canto, le multinazionali Usa, che estraevano petrolio prima che Trump imponesse le “sanzioni”, sono state obbligate ad andarsene dalle decisioni politiche del loro governo. Possono tornare a condizione di rispettare le leggi del lavoro e quelle dell’ambiente, e la costituzione bolivariana. Quanto alla Cina, essa è indubbiamente il bersaglio strategico di lungo termine di questa operazione. Pechino non accetterà facilmente l’esclusione dal Venezuela, che è il suo principale partner energetico e geopolitico nella regione. Tuttavia, la Cina gioca su tempi lunghi e con la diplomazia finanziaria. Se gli Stati Uniti pensano di aver espulso la Cina con un raid notturno, sottovalutano la profondità degli accordi strategici e degli interessi che legano il Venezuela al mondo multipolare, un legame che non si spezza con un atto di forza militare.
Il Venezuela sta affrontando una crisi difficilissima. E’ probabile secondo te che la presidente Rodriguez indica nuove elezioni per blindare politicamente il consenso al gruppo dirigente bolivariano? È assolutamente da escludere. La presidente “incaricata” assolve solo le necessarie funzioni di governo nell’assenza obbligata del presidente legittimamente eletto, che è stato sequestrato, e che deve tornare a riprendere il suo posto e finire il suo mandato, per cui era stato eletto dalla maggioranza della popolazione l’anno scorso. La priorità assoluta di Delcy Rodríguez è la stabilità dello Stato e la sicurezza nazionale, il consolidamento del potere territoriale attraverso le Comuni e il rafforzamento dell’unione civico-militare. Blindare il consenso oggi significa dimostrare che lo Stato è capace di proteggere il popolo e di mantenere i servizi essenziali nonostante l’aggressione. Il Venezuela ha già effettuato 33 elezioni e tutte le cariche sono già state elette. Era in programma una modifica costituzionale da sottoporre a referendum per rafforzare il potere popolare e consolidare alcune leggi.
Sul medio periodo il problema più grave può derivare dalle conseguenze economiche del blocco e delle sanzioni illegali imposte dagli USA. Come vedi la situazione sul piano delle condizioni di vita, quali risposte nuove può offrire il governo Rodriguez?
Il blocco economico è la prosecuzione dell’attacco militare con altri mezzi, una forma di assedio medievale in epoca tecnologica. Le condizioni di vita sono messe a dura prova, ma il governo bolivariano ha dimostrato una resilienza straordinaria attraverso i CLAP [Comitati locali di autofornitura e produzione, ndr] 1 e i programmi di protezione sociale. Oggi produce oltre il 90 per cento di quel che consuma. Le risposte del governo Rodríguez che, non dimentichiamo è solo “facente funzioni” dovranno proseguire nei programmi già approvati, passare per un’accelerazione dell’economia comunale e una diversificazione delle rotte commerciali verso il blocco dei BRICS, bypassando definitivamente il sistema del dollaro. La sfida è trasformare l’emergenza in un’opportunità per sganciarsi ulteriormente dal modello di dipendenza dalle importazioni e dal petrolio, puntando su una sovranità produttiva reale gestita direttamente dalle organizzazioni popolari.
La rivoluzione bolivariana suscita reazioni molto diverse, anche e soprattutto tra le forze della sinistra sia di matrice riformista sia di matrice socialista e comunista. A Chavez ma soprattutto a Maduro è rimproverato l’alto grado di corruzione tra i dirigenti del partito, l’accentramento del potere nella fugura del leader, lo scarso rispetto per i diritti umani (in Italia il caso Alberto Trentini è usato per definire il governo venezuelano un “regime”), la repressione degli oppositori. Cosa c’è di vero in queste accuse e cosa c’è di strumentale?
In queste accuse bisogna distinguere attentamente tra la realtà di un processo complesso e la strumentalizzazione della guerra cognitiva. La corruzione è un male che il governo stesso denuncia e combatte, spesso eredità delle vecchie strutture della Quarta Repubblica o frutto di infiltrazioni opportuniste che ogni rivoluzione deve epurare. Il governo è frutto della dialettica fra potere costituente e potere costituito, costantemente messo alla prova dalla coscienza e dall’organizzazione popolare, proiettata verso l’autogoverno delle comunas. Per quanto riguarda i diritti umani, il caso che citi o la narrazione del regime sono parte di una campagna internazionale per demonizzare il nemico e giustificare l’aggressione. In Italia si usa la parola regime con troppa facilità, dimenticando che in Venezuela esiste un’opposizione che partecipa alle elezioni e media privati che attaccano apertamente lo Stato. La repressione che denunciano è spesso l’azione legale dello Stato contro atti di terrorismo e tentativi di golpe finanziati dall’estero che in Italia verrebbero puniti con l’ergastolo. Invece, come si vede in queste ore, chi ha compiuto destabilizzazioni e ingerenze, finisce spesso per essere liberato. In Italia, ci sono stati oltre 5.000 prigionieri e prigioniere politiche, quasi tutti condannati all’ergastolo o a lunghe pene. Ci sono compagni al “41 bis da vent’anni” (la tortura bianca) e altri che sono in galera da quaranta. Bisogna evitare di cadere nella trappola di chi usa i diritti umani come grimaldello per imporre il proprio neocolonialismo.
Tu hai sempre guardato con grande participazione alla rivoluzione bolivariana. Per quali motivi, secondo te, al di là delle critiche possibili, l’esperienza venezuelana, ha rinnovato la pratica e la teoria socialista? La rivoluzione chavista ha ancora qualcosa da dire alla sinistra, anche alla sinistra europea?
L’esperienza venezuelana ha rinnovato il socialismo perché ha riportato al centro il concetto di potere popolare non come astrazione, ma come pratica quotidiana nelle Comuni. Ha dimostrato che è possibile coniugare la lotta per la sovranità nazionale con la trasformazione dei rapporti di produzione, mettendo le risorse naturali al servizio della collettività e non delle multinazionali. Al di là delle critiche, la rivoluzione bolivariana ha ridato dignità agli invisibili e ha mostrato che esiste un’alternativa al neoliberismo selvaggio. Alla sinistra europea, spesso ripiegata su posizioni puramente elettoralistiche o subalterna ai dogmi di Bruxelles, o belliciste, il chavismo insegna che la politica è prima di tutto conflitto e organizzazione dal basso, e che la solidarietà internazionale non è un optional ma una necessità vitale. La rivoluzione ha ancora molto da dire: dice che la storia non è finita, che il socialismo è l’unica speranza contro un modello devastante, ma in crisi strutturale, e che la sovranità dei popoli è l’unica base reale per qualsiasi democrazia sostanziale.
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Prosegue l’interesse della Scuola per la pace per il cinema palestinese con la
presentazione del libro di Maria Elena Marabotto Petrelluzzi “Cinema Palestina. Memorie e immaginari resistenti”, Agenzia X, Milano 2025
5 febbraio 2026 ore 17.30-19.30 Centro Studi Sereno Regis Via Garibaldi 13, Torino
Dialogano con l’autrice
Laura Ferrero, docente di Antropologia del Medio Oriente, Università di Torino
Fabiana Piretti, Ricercatrice Indipendente e Programmatrice per Nazra Palestine Short Film Festival
Introduce Enzo Ferrara, Presidente del Centro Studi Sereno Regis.
I film palestinesi sono interconnessi al contesto storico e politico nel quale si sviluppano e hanno da sempre rappresentato le forme di resistenza alla cancellazione di memorie e di pratiche di una popolazione resa forzatamente diasporica. In questi drammatici mesi è ancora più importante cercare di capire quale ruolo potrebbe avere il cinema nel trasmettere i valori di tale resistenza. Cinema Palestina | Agenzia X
Maria Elena Marabotto Petrelluzzi, laureata in Storia e critica del cinema e in Antropologia, cultrice della materia e studiosa di culture e società del Medio Oriente presso l’Università di Milano Bicocca, è producer e curatrice editoriale per broadcaster e case di produzione italiane e internazionali.
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Nel Giorno della Memoria 2026 l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università e La scuola per la pace Torino e Piemonte propongono alle/i docenti di dedicare una Giornata di studio a Primo Levi, perché dalla sua cristallina e integra figura di scrittore e testimone abbiamo imparato e interiorizzato che cosa sono stati i campi di distruzione, il genocidio, la disumanizzazione. Il risuonare della sua voce pacata e delle sue alte parole nelle nostre aule, come da molti decenni già avviene, è un antidoto alla macabra politica della sistematica distruzione dei popoli, all’idea che “ogni straniero è nemico”, alle pulsioni identitarie e alla logica eliminatoria nei confronti dell’”Altro”, che ha molti altri tragici esempi nella storia moderna del colonialismo e nell’attualità contemporanea.
Primo Levi (1919-1987) era di Torino e coloro che ne hanno avuto la fortuna lo hanno ascoltato quando andava nelle scuole a parlare: proprio dall’incontro con lui molte/i hanno cominciato a sviluppare una coscienza politica antifascista. E moltissime/i di noi hanno imparato dai suoi libri, e hanno poi instancabilmente insegnato, che cosa è stata la disumanizzazione nei “campi di distruzione”. Scrive Primo Levi: “Si immagini ora un uomo a cui, insieme con le persone amate, vengano tolti la sua casa, le sue abitudini, i suoi abiti, tutto infine, letteralmente tutto quanto possiede: sarà un uomo vuoto, ridotto a sofferenza e bisogno (…) tale quindi, che si potrà a cuor leggero decidere della sua vita o morte, al di fuori di ogni senso di affinità umana”. In altri termini, deprivati della loro cultura, gli esseri umani sono vuoti simulacri alla mercé dei loro aguzzini. Perché appunto noi esseri umani siamo esseri sociali e culturali, la cultura è la nostra natura, è la nostra umanità, e deprivare della cultura è disumanizzare. Ma come si arriva al Lager? Una limpida risposta di Primo Levi è nella breve introduzione a Se questo è un uomo: “A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno consapevolmente, che “ogni straniero è nemico”. Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come una infezione latente; si manifesta solo in atti saltuari e incoordinati, e non sta all’origine di un sistema di pensiero. Ma quando questo avviene, quando il dogma inespresso diventa premessa maggiore di un sillogismo, allora, al termine della catena, sta il Lager. Esso è il prodotto di una concezione del mondo portata alle sue conseguenze con rigorosa coerenza: finché la concezione sussiste, le conseguenze ci minacciano. La storia dei campi di distruzione dovrebbe venire intesa da tutti come un sinistro segnale di pericolo”. Levi vuole dirci che quando ogni straniero diventa nemico per un’intera società, quando si affermano fascismo e nazismo, la logica conseguenza è il Lager, il genocidio. In un breve e pregnante video del 1975 egli infatti individua un filo conduttore tra le azioni delle squadre d’azione fasciste dei primi anni Venti a Torino e in Italia con i campi di concentramento e con il fascismo attuale, “a cui manca soltanto il potere per ridiventare quello che era, cioè la consacrazione del privilegio e della disuguaglianza”. Questo pericolo non era scongiurato per sempre e Levi non si stancava di ripetere nelle scuole e ovunque: “Fate attenzione, alla fine del fascismo c’è il Lager”.
Invitiamo dunque docenti delle scuole di ogni ordine e grado a dedicare il 27 gennaio 2026 a riflettere e ripensare, costruendo i propri originali percorsi didattici in base alle loro classi, quanto Primo Levi ha insegnato, consapevoli che già molto lavoro didattico è stato fatto nel tempo. Per questo chiediamo a coloro che dispongono di materiali didattici, bibliografie o riflessioni originali da condividere di inviarli al seguente indirizzo email: osservatorionomili@gmail.com. Saranno inseriti in un drive, insieme con i materiali qui di seguito elencati, e messi a disposizione di tutte/i a scopo di conoscenza e ispirazione.
Un importante approfondimento e aggiornamento storiografico sul Genocidio nella didattica della storia è l’intervento di Marco Meotto al convegno dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università tenuto online il 4 novembre 2025, che consente di rileggere criticamente “il genocidio come un fenomeno strutturale e ricorrente nella modernità”. Qui il link al video (dal minuto 27’): https://www.youtube.com/watch?v=hDRJ__CI2Vs
Documentari di Rai Cultura, Primo Levi. L’uomo, lo scrittore, il testimone https://www.raicultura.it/webdoc/primo-levi/index.html#welcome Contiene: Tre documentari: Gad Lerner racconta Primo Levi (1997) Gli sci di Primo Levi La storia editoriale di Se questo è un uomo Numerose interviste a Primo Levi, tra cui: Levi si racconta Il mestiere di raccontare: Se questo è un uomo, EP 1, EP 2, EP 3 Scrivere sul campo di concentramento, 25 gennaio 1975 Auschwitz, la lunga ombra, 16 maggio 1979 Il veleno di Auschwitz, 1984 Ritorno ad Auschwitz, 1983
Moni Ovadia racconta Primo Levi. Incontro organizzato dall’Istituto storico della Resistenza in Toscana svoltosi a Firenze il 5 dicembre 2012, nella sede del Consiglio Regionale della Toscana. Conferenza centrata su I sommersi e i salvati https://www.youtube.com/watch?v=OUk-BhZVW64
Materiale didattico Primo Levi di Gabriella Giudici (docente di Scienze umane e filosofia): https://www.gabriellagiudici.it/primo-levi/ Per la scuola primaria: Federico Gregotti, Sara Not, Primo Levi, una voce per non dimenticare, EdizioneEl, 2023. Per la scuola secondaria: fumetti e libri illustrati Matteo Mastragostino, Alessandro Ranghiasci, Primo Levi, Becco Giallo, 2023 (nuova edizione). Giovanna Carbone, Franco Portinari, 174517. Deportato: Primo Levi, La Meridiana, 2019. Carlo Greppi, Le scarpe di Lorenzo, Polo Castaldi, Rizzoli, 2025. Primo Levi, Storie naturali, Einaudi, 2023.
Bibliografia integrativa
Primo Levi, Appendice del 1976 per l’edizione scolastica di Se questo è un uomo https://www.vocedellasera.com/arti/libri/primo-levi-se-questo-e-un-uomo-appendice/ Giorgio Agamben, Quel che resta di Auschwitz. L’archivio e il testimone, Bollati Boringhieri, 1998. Mario Barenghi, Marco Belpoliti, Anna Stefi, a cura di, Primo Levi, Milano, Marcos y Marcos, 2017. Marco Belpoliti, Primo Levi, Bruno Mondadori, 1998. Norman G. Finkelstein, L’industria dell’Olocausto. Lo sfruttamento della sofferenza degli ebrei, Meltemi linee, 2024.
Pubblicato inGeneral|Commenti disabilitati su Nessuno dei fatti è inventato. Giornata di studio Primo Levi
Volentieri pubblichiamo il documento scritto e sottoscritto da un folto gruppo di docenti del Liceo Giordano Bruno di Torino a proposito del volantinaggio anti-maranza di Gioventù Nazionale che è stato fatto giovedì 8 gennaio 2026 presso l’Istituto, come già era accaduto in altre scuole di Torino. La SPP ringrazia ed è al fianco delle/i docenti che hanno saputo esprimere chiaramente il rifiuto dei contenuti d’odio di quel volantino per rivendicare “il lavoro di costruzione di una cittadinanza attiva e solidale che portiamo avanti quotidianamente nelle nostre aule”.
Per una scuola solidale e inclusiva.
Lettera aperta alla comunità scolastica sul volantinaggio dell’8 gennaio Lo scorso giovedì 8 gennaio, poco prima dell’inizio delle lezioni, alcuni militanti di Gioventù Nazionale (organizzazione giovanile di Fratelli d’Italia) hanno organizzato un volantinaggio davanti al nostro istituto, il Liceo Giordano Bruno di Torino. Il volantino distribuito si scagliava contro quella che viene definita la “cultura maranza”, dichiarata incompatibile con i valori della “Nazione” e ricondotta interamente al fenomeno delle cosiddette baby gang.
Si tratta di un tipo di iniziativa già visto altrove negli scorsi mesi. È avvenuta la stessa cosa al Liceo Primo Artistico, dove c’è però stato, in risposta, un cordone “simbolico” antirazzista di docenti e studenti davanti alla scuola (link all’appello), e poi al Liceo Einstein, dove invece il rifiuto di prendere i volantini da parte degli studenti ha dato il via a offese e spintoni, con un intervento delle forze dell’ordine in tenuta antisommossa e il fermo di uno studente minorenne. La vicenda ha avuto strascichi ulteriori, addirittura con misure di detenzione domiciliare per gli studenti, come denunciato in un recente appello dei genitori (link all’appello). Come insegnanti di una comunità educante che si richiama ai valori della Costituzione Italiana e al sentimento antifascista che l’ha ispirata, sentiamo il dovere di condividere con studenti, personale scolastico e genitori il nostro punto di vista sulla questione. In primo luogo, vogliamo invitare tutte e tutti a prendere apertamente le distanze dai contenuti di odio presenti in quel volantino, contrastando l’utilizzo che viene fatto del termine “maranza”, inteso come stigma sociale e come categoria razzializzata. L’obiettivo di questo tipo di narrazione è ridurre la realtà multiculturale dei nostri quartieri a una contrapposizione binaria tra un “noi” presunto sano, civile e meritevole e un “loro” descritto come minaccia, degrado, pericolo. Oltre che falsante, tale narrazione diventa potenzialmente pericolosa perché trasforma differenze sociali, culturali ed economiche in colpe individuali o di gruppo, indicando un “bersaglio” e legittimando nuove forme di esclusione. Parlare di “maranza” in questi termini significa distogliere l’attenzione dalle cause del disagio che attraversa le periferie urbane: la precarietà abitativa, il sottofinanziamento della scuola pubblica, l’assenza di spazi di aggregazione, il lavoro precario e sottopagato, la mancanza di prospettive. Oltretutto, la realtà quotidiana di quartieri come Barriera di Milano è piena di alternative concrete costruite direttamente dagli abitanti: reti di solidarietà, esperienze di mutuo aiuto, associazioni, comitati, doposcuola popolari, insegnanti e famiglie che ogni giorno convivono, intessono relazioni e rapporti di cura. È questa la normalità che alcuni vorrebbero cancellare, perché non rientra nella loro narrazione dell’emergenza permanente e del nemico interno. Vogliamo inoltre dire con chiarezza che guardiamo con preoccupazione al fenomeno di progressiva militarizzazione della nostra città e dei nostri quartieri, e che una gestione della vita cittadina tutta incentrata sulla repressione del dissenso e del disagio sociale è agli antipodi rispetto ai principi che hanno ispirato la nascita della nostra Repubblica democratica. In tal senso, non comprendiamo perché le forze dell’ordine siano intervenute per accompagnare gruppi politici formati da militanti adulti nella loro attività di propaganda davanti a una scuola superiore, finendo così per avallare quella che è a tutti gli effetti una provocazione – nella quale, meritoriamente, i nostri studenti non sono caduti – volta a diffondere messaggi xenofobi e razzisti. Rivolgiamo perciò un appello a tutte/i quelle/i che si riconoscono in una scuola democratica e inclusiva: non accettiamo che il disagio sociale venga trasformato in guerra tra poveri. Difendere la scuola pubblica e i nostri quartieri significa rifiutare la logica della contrapposizione e la ricerca di un capro espiatorio facile, spesso giovane e razzializzato, e invece investire in politiche di inclusione, ascolto e giustizia sociale. Siamo convinti che un importante antidoto alla paura e all’esclusione sia proprio il lavoro di costruzione di una cittadinanza attiva e solidale che portiamo avanti quotidianamente nelle nostre aule, promuovendo giorno dopo giorno il rispetto reciproco, la responsabilità collettiva, la valorizzazione delle differenze e la riflessione critica. Invitiamo le colleghe e i colleghi a condividere queste riflessioni con le classi. Torino, 12 gennaio 2026
Pubblicato inGeneral|Commenti disabilitati su Lettera delle/i docenti del Giordano Bruno contro i volantinaggi di Gioventù Nazionale
La Scuola per la pace di Torino e Piemonte, rete di docenti contro le guerre, i genocidi, per la pace e la liberazione e autodeterminazione dei popoli, esprime la propria solidarietà alla e agli studenti minorenni del Liceo Einstein che il 30 dicembre 2025 sono stati messi agli arresti domiciliari e che domani, 8 gennaio, avranno il primo interrogatorio. Quali le loro colpe? Aver esercitato il proprio protagonismo politico, sia respingendo un volantinaggio fascista davanti alla scuola il 27 ottobre sia partecipando alle manifestazioni per la Palestina, in cui erano coinvolte migliaia di persone. Benché gli adulti, dai docenti agli esperti fino al presidente Mattarella, esortino i giovani a essere protagonisti, quando poi lo fanno con modalità non approvate dagli adulti stessi, la riposta è la repressione. Nessuna altra risposta è infatti pervenuta da oltre tre anni a questa parte, quando il movimento studentesco ha rianimato le scuole. E questo silenzio, questa indifferenza, o insofferenza fino all’ostilità, non sono compresi dalla giovanissima generazione che negli adulti ha sempre riposto fiducia. Quegli stessi adulti che stanno devastando il pianeta e i suoi mondi sociali con guerre e genocidi, sfruttamento e diseguaglianze, violenza e mercificazione di esseri umani e natura. Il futuro appare oscuro ed è su questo che le/i giovani si mobilitano, vogliono e meritano di essere ascoltati e di avere risposte che non siano i manganelli. Come docenti, chiediamo che le autorità competenti revochino le misure detentive, che anche secondo la giurisprudenza sono troppo severe per dei minorenni, e ci impegniamo a dialogare con i nostri studenti, affinché la loro crescita umana, culturale e politica possa dare loro forza e strumenti per essere protagonisti di un futuro più giusto.
Nonostante a Gaza la situazione sia difficilissima per le piogge, il fango, il freddo, la mancanza di cibo e di materiali da costruzione, la scuola Il futuro nelle mani dei piccoli ha aperto proprio in questi giorni. Il responsabile Yousef ci ha inviato alcune foto e un sentito ringraziamento: “I am pleased to inform you that the educational project has officially begun, and the atmosphere is filled with excitement and energy despite the cold weather. We have witnessed clear joy on the faces of the students as they engage with the educational materials and share ideas with one another. There has also been a remarkable turnout from families, all expressing their gratitude and appreciation for the support we have received. The words of thanks and appreciation from the parents reflect the importance of this project in the lives of their children. We hope that your generous support will continue, as your efforts serve as a crucial engine for the success of this project and the attainment of its noble goals. We are confident that together, we will achieve remarkable accomplishments that contribute to building a better future for our children. Thank you once again, and we ask God for success for everyone“.
Il 21 dicembre dalle 17, presso la Barricata, in via Giulia di Barolo 48, ci sarà un aperitivo di finanziamento per le scuole di Gaza con un banchetto di piccoli oggetti, tra cui la riproduzione di un manifestino (30×40) del GUPW, General Union of Palestinian Women, datato 1980. Sarà un momento conviviale di saluti e auguri. Tutte/i sono invitate/i a partecipare e diffondere la locandina.
Per donazioni:
CONTO CORRENTE COMITATO UN AIUTO PER LA PALESTINA, Banca Territori del Monviso
IBAN IT 76 A 08833 01003 000000013283
Causale: Scuole Gaza
oppure Causale: erogazione liberale (per sostenere le famiglie)
La Scuola per la pace esprime profonda solidarietà alle colleghe, ai colleghi, alle e agli studenti delle scuole toscane oggetto di esecrazione da parte di esponenti politici della maggioranza e di ispezione da parte del MIM per aver partecipato ai webinar con la dott.ssa Francesca Albanese organizzati da Docenti per Gaza. Sottolineiamo che la qualità dell’offerta formativa di Docenti per Gaza è indubbia, si inserisce a pieno titolo nei percorsi di Educazione civica e di Storia contemporanea e contribuisce alla didattica con un approfondito bagaglio di conoscenze.
Denunciamo l’indebita ingerenza con cui esponenti politici e governativi entrano prepotentemente nelle scelte didattiche che competono ai Collegi docenti e ai Consigli di classe, con un evidente intento repressivo le cui motivazioni sono del tutto estranee alle funzioni istituzionali, educative, didattiche e culturali della scuola.
La dott.ssa Albanese, a cui va la nostra massima stima, è infatti una figura istituzionale di rilievo internazionale, essendo stata nominata Relatrice speciale sui Territori occupati palestinesi dalla Organizzazione delle Nazioni Unite con l’incarico ufficiale di riferire sullo stato dei diritti umani in tali territori. La sua presenza nelle scuole, pur attraverso lo strumento del webinar, rappresenta dunque un contatto diretto delle/gli studenti con la più importante organizzazione intergovernativa mondiale, fondata nel 1945 e composta di 193 Stati, che ha tra le sue molte finalità la pace, l’autodeterminazione dei popoli e il rispetto dei diritti umani e del diritto internazionale.
L’idea di esporre la dott.ssa Albanese a un “contraddittorio”, come pare sia stato adombrato dal MIM, è evidentemente ridicola e arrogante in quanto del tutto antiistituzionale.
Il governo e i politici italiani, calpestando quanto nelle scuole si insegna in tema di diritti umani come basi della convivenza e della democrazia, mostrano di disprezzare apertamente i diritti umani stessi e il diritto internazionale, di non riconoscere l’autorevolezza dell’ONU, di voler conculcare e censurare la libertà di insegnamento e le prerogative didattiche dei docenti.
Non ce ne stupiamo, ma lo denunciamo a gran voce perché, a fronte di simili gravissime interferenze, più forte deve essere il nostro impegno per salvaguardare collettivamente gli spazi di libertà di insegnamento, di rispetto delle istituzioni, del diritto internazionale e della Costituzione italiana che in questa epoca buia di guerre, genocidi e autoritarismi la scuola italiana continua a garantire.
La Scuola per la pace Torino e Piemonte 14 dicembre 2025
Pubblicato inGeneral|Commenti disabilitati su No all’ingerenza della politica nelle scuole
Grazie alla generosità di tante persone, che ringraziamo di cuore, la Scuola al Salam, sostenuta dalla rete della Scuola per la pace Torino e Piemonte e dal comitato Un aiuto per la Palestina, potrà concludere i suoi primi quattro mesi di lezioni: abbiamo infatti raggiunto la cifra prevista e cominciato a raccogliere ulteriori fondi che andranno a finanziare la prosecuzione della scuola nei mesi seguenti. Siamo anche felici di confermare che le tende della scuola non sono, per ora, crollate a causa delle piogge, come invece è accaduto a molte tende che ospitavano famiglie.
Dato il successo del progetto della Scuola al Salam, la Scuola per la pace ha deciso di sostenere anche un’altra scuola, collocata in una diversa area della Striscia, a Northern Rimal, un tempo uno dei più prosperi quartieri di Gaza City. La scuola si chiamerà The future in small hands, nome scelto dal responsabile Yousef e, se le condizioni meteorologiche lo consentiranno, aprirà la prossima settimana. Conosciamo Yousef da diversi mesi attraverso il comitato Un aiuto per la Palestina (di cui alcune/i di noi fanno parte) e al fratello, che è qui a Torino, dove ha trovato un lavoro come dentista grazie al comitato stesso.
Yousef è molto coinvolto nel progetto della scuola, anch’essa riconosciuta ufficialmente dal Ministero dell’Istruzione: “I am pleased to inform you that the final touches on our educational project have been completed, and we are now ready for its launch. We have coordinated with the families regarding the targeted 30 children who are eagerly looking forward to this opportunity. We are in need of an educational tent, as well as necessary tools and stationery for the students. Your support will have a significant impact on changing the lives of these children, and we hope to receive your assistance as soon as possible to kick off this important initiative”.
Il progetto coinvolgerà bambine/i e adolescenti dai 3 ai 12 anni e prevede una durata di 6 mesi per un totale di 90 studenti, suddivisi in tre periodi di due mesi per 30 studenti ciascuno. Il personale è costituito da 6 persone tra cui un/a psicologo/a, dato che famiglie e studenti necessitano di un sostegno per elaborare i traumi vissuti in oltre due anni di genocidio. Il costo complessivo è di 5200 euro. Siamo sicure/i che anche questa volta, con la solidarietà di tutt*, ce la faremo.
Per donazioni:
CONTO CORRENTE UN AIUTO PER LA PALESTINA Banca Territori del Monviso,