La lingua madre come elemento di comune umanità tra i popoli

Nel mondo delle fiabe tutto è possibile e ce lo insegna Adam della scuola primaria Sibilla Aleramo di Torino mentre legge le parole della ninnananna che la sua nonna ucraina cantava alla figlia.
In uno scenario internazionale di devastazione e di violazione dei diritti umani, dove sembra che la pace possa regnare solo in un paese fiabesco, come fosse elemento magico di un’”isola che non c’è”, il progetto didattico della rete Scuola per la Pace Torino e Piemonte Un ponte tra Gaza e Torino vuole restituire al mondo degli adulti la speranza e il desiderio profondo di cercare quella strada che conduce al rispetto della dignità di tutti gli esseri umani. E sono proprio le bambine e i bambini ad indicarci la direzione per giungere, percorrendo ponti di umanità, a luoghi dove, attraverso l’incontro con l’altro, riconosciamo noi stessi.
Quello tra Gaza e Torino è un ponte fatto di parole e culture, di melodie e tradizioni, di immagini e significati tenuti insieme dalle lingue madri dei popoli che nel nostro percorso abbiamo incontrato.
E così, dove la mano di un uomo scarica 335 colpi di arma da fuoco su un’auto uccidendo la bambina che dall’interno chiedeva aiuto, proprio in quella striscia di terra, raggiunta più dal silenzio che dalle voci, si è diretto il nostro ponte.
L’idea del progetto nasce una mattina di giugno del 2025, dalla lettura a due lingue della poesia Pensa agli altri di Mahmoud Darwish: io in italiano e Nada, giovane donna palestinese, in arabo. Avvolte dalla musicalità delle parole, dai racconti di una Gaza prospera di agrumeti e uliveti che ormai non c’è più, dalla rabbia e dalla paura di vissuti violenti, riconosciamo entrambe la lingua madre come elemento di comune umanità tra i popoli. La lingua madre entra così nella progettazione didattica delle scuole aderenti al progetto* attraverso il veicolo di filastrocche e ninnenanne; ogni classe declina il progetto in base alla propria realtà, così l’impalcatura del ponte prende forma durante l’anno scolastico, arricchendosi di parole, sonorità e atmosfere provenienti da donne gazawi e da nonne, nonni, madri e padri dei nostri alunni. Il ponte si erge alto e si tinge di tutti i colori dell’arcobaleno, come rappresentato in un disegno di alcuni alunni e alunne: sono i colori delle nostre classi multiculturali, in cui tradizioni italiane e regionali, brasiliane, ucraine, marocchine, egiziane, rumene, moldave, ebraiche si incontrano e si arricchiscono a vicenda.
L’analisi dei testi delle ninnenanne diverte i bambini che, come in una caccia al tesoro, scoprono elementi comuni in culture diverse e altri peculiari; come la paura, che è presente sia nella tradizione italiana, sia in quella brasiliana, con la figura dell’uomo nero (“Bicho papão” in Brasile) che arriva se il bambino non dorme, rivelandoci che in Brasile i bambini devono dormire perché «il papà è andato nei campi e la mamma nella piantagione di caffè», aprendo così il nostro sguardo su quelle realtà di sfruttamento nelle piantagioni sudamericane. La paura aleggia anche nella ninnananna palestinese Yalla-Tnam, ma in questo caso è un’emozione lontana perché è più «la tristezza ad avvolgerci come miele»: una bambina, rapita ai suoi genitori dai nomadi, divenuta adulta, un giorno riconosce un commerciante di uva e di giuggiole del suo paese natale, così, nel cullare la sua bambina, inizia a intonare una melodia per farsi riconoscere dall’uomo che tenta di riunire la famiglia, ma invano. La conoscenza diviene incarnata quando in classe Your, un’alunna egiziana, iniziando a intonare Yalla-Tnam mentre guardiamo i video inviatici dalle donne di Gaza, ci rivela che anche la sua mamma gliela cantava, mentre gli alunni marocchini affermano di non conoscerla. Sarà una mamma marocchina a spiegare ai bambini che non esiste un’unica lingua araba, che quella egiziana e palestinese si assomigliano molto, mentre si discostano dall’arabo parlato in Marocco.
Il ponte, nel prendere forma, si arricchisce di particolari ed emozioni, fino ad abbellirsi di meraviglia quando nell’ascoltare Nada e le donne della sua famiglia cantare una filastrocca, riconosciamo la melodia della nostra Nella vecchia fattoria; le parole non sono le stesse, nella versione palestinese una volpe ingannatrice tenta di ammaliare la mamma per entrare in casa, ma la musica ci unisce nonostante lo spazio di un mare a separarci. Nello stesso modo troviamo noi stessi mentre Arwa, ragazza gazawi, intona per la sua nipotina una ninnananna: «Maestra! Ma è Fra Martino!», urlano i miei alunni. La domanda di molti bambini sorge spontanea: «Com’è possibile cantare con le stesse musiche?»; la risposta arriva da loro stessi: ogni popolo è il frutto di spostamenti di popoli antecedenti che, incontrandosi, hanno plasmato culture e tradizioni.
Nel costruire il ponte, impariamo che il mondo, per essere compreso, deve essere osservato da più angolazioni e per farlo dobbiamo spostarci noi, assumere posture che rompono i muri della mente, quei costrutti che ci impediscono di guardare oltre e comprendere che ogni essere umano possiede un valore inviolabile chiamato dignità.
Ci è stato chiesto perché abbiamo messo la Palestina al centro del progetto, perché abbiamo voluto dirigere il nostro ponte proprio a Gaza: la risposta più disarmante e diretta che una collega aderente al progetto ha fornito è stata: «Perché a vivere sotto le tende ci sono loro, i palestinesi». Come referente del progetto, aggiungo che abbiamo voluto avvicinarci a quelle tende, sulle quali attendiamo da anni che i mezzi di informazione accendano i riflettori dignitosamente ed eticamente, per restituire umanità e dignità a coloro di cui il mondo sembra essersi dimenticato. Nello specchio di Gaza, mentre Nada canta una canzone con la melodia della nostra Nella vecchia fattoria, ci specchiamo e riconosciamo in lei la nostra stessa umanità, il nostro stesso desiderio di felicità.
Questo progetto è dedicato proprio a lei: specchiandomi in Nada ho sentito che il silenzio del mondo non era più tollerabile e che “l’essere umani” deve passare attraverso la presa di coscienza delle violazioni dei diritti fondamentali nel mondo e il riconoscimento di tali violazioni; tuttavia, come affermava Susan Sontag, fermarsi alla presa di coscienza e provare empatia non è sufficiente: è necessaria la compassione, quel profondo desiderio di portare il bene nelle persone che stanno soffrendo, attraverso l’azione.
Un ponte tra Gaza e Torino è la mia azione come insegnante, come essere umano.

Torino, agosto 2026
Barbara Strambaci

*Scuola Primaria Sibilla Aleramo, I.C. Padre Gemelli, Scuola Secondaria di Primo Grado dell’I.C. Centro Storico di Moncalieri.

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