Vi racconto il Venezuela che resiste. Giorgio Monestarolo a colloquio con Geraldina Colotti

[Gia’ pubblicata su La bottega del Barbieri]

Il Venezuela di Rodriguez risponde con la diplomazia e la politica alla violenza dell’Impero. Lottando per la liberazione di Maduro e Cilia Flores.


Geraldina Colotti, giornalista, saggista, direttrice dell’edizione italiana de «Le monde diplomatique», è a Caracas dove segue da vicino la situazione venutasi a creare in seguito all’attacco USA tra il 2 e il 3 gennaio, in spregio di ogni regola del diritto internazionale. Con grande generosità ha accettato di rispondere ad alcune domande sulla crisi.


Come si vive a Caracas, a distanza di una settimana dall’attacco USA e dal sequestro di Maduro e di sua moglie Cilia Flores? Il Paese è spaccato in due o prevale un sentimento patriottico di fronte all’attacco imperialista? Cosa si aspettano o temono i venezuelani?


A Caracas si vive una calma consapevole e profondamente dignitosa. Nonostante lo shock iniziale del bombardamento notturno e l’oltraggio del sequestro del Presidente Maduro e della Primera Combatiente Cilia Flores, la città non è caduta nel caos che Washington sperava. Al contrario, si respira un’atmosfera di resistenza. Il paese non è affatto spaccato in due secondo la narrazione stereotipata dei media occidentali; ciò che prevale è un massiccio sentimento patriottico. Anche settori che potevano avere critiche verso la gestione economica si sono ricompattati attorno alla difesa della sovranità nazionale. I venezuelani si aspettano una prova di forza diplomatica e militare internazionale per il rilascio dei prigionieri, ma temono soprattutto l’escalation coloniale che mira a smantellare le conquiste sociali. La risposta popolare è l’organizzazione: i comitati di difesa e le comuni sono in stato di allerta permanente.


Torniamo sull’attacco. E’ più chiara la dinamica dei fatti? Perché non c’è stata alcuna reazione militare? Come è possibile che aerei ed elicotteri abbiano volato su centri abitati senza che non sia stato sparato un solo colpo per abbatterli? Sono partite le indagini per individuare chi dall’interno abbia passato informazioni o favorito l’attacco USA?


La dinamica dell’attacco rivela un’aggressione bellica sproporzionata, condotta con mezzi modernissimi e letali, compresa una tempesta elettromagnetica per neutralizzare i sistemi antidroni. Non è vero che non ci sia stata reazione: c’è stata una resistenza accanita durata due ore, durante le quali le forze di difesa hanno cercato di respingere l’incursione con ogni mezzo a disposizione. Il bilancio è tragico: si contano almeno cento morti e altrettanti feriti gravi, molti dei quali sono civili colpiti nelle proprie case o nelle strade dei quartieri popolari. Nel Fuerte Tiuna c’è anche un grande complesso di case popolari, Ciudad Tiuna. La tecnologia impiegata dagli Stati Uniti ha annullato i sistemi di difesa venezuelani, ma la battaglia c’è stata ed è stata cruenta. La verità è che il Venezuela ha subito un atto di guerra unilaterale e violento, al quale ha risposto con coraggio pagando un altissimo tributo di sangue. Le indagini sulle eventuali complicità interne saranno necessarie, ma non devono oscurare la realtà di un attacco frontale del Pentagono contro una nazione sovrana e pacifica. Sono state violate tutte le norme del diritto internazionale. Intanto appaiono chiari i tradimenti dei governi di Guyana, Trinidad e Tobago e quello colonizzato di Portorico che hanno aperto gli spazi aerei e quelli marini all’attacco di un paese sovrano e che, come il Venezuela, ha sempre praticato l’interscambio solidale.


Qual era l’obiettivo del raid? Generare un cambio di governo con l’appoggio della destra golpista e delle opposizioni oppure era principalmente teso a sequestrare Maduro per poi ricattare il gruppo dirigente bolivariano?


L’obiettivo del raid non può essere ridotto a una singola opzione, poiché risponde a una strategia multi-livello. Certamente il sequestro di Maduro e Cilia Flores mira a decapitare simbolicamente la rivoluzione per ricattare il gruppo dirigente, cercando di indurre una paralisi decisionale o una resa per sfinimento. Soprattutto, Trump tenta di mettere la mano sulle risorse energetiche del Venezuela. Tuttavia, l’azione serve anche da catalizzatore per la destra golpista interna: l’idea del Pentagono è quella di creare un vuoto di potere immediato che le opposizioni possano riempire, legittimate dal riconoscimento istantaneo di Washington (che, però, non c’è stato: anche Trump ha dovuto riconoscere che Maria Corina Machado non ha consenso nel paese e non può governare). È un tentativo di forzare il “cambio di regime” combinando la forza bruta tecnologica con la pressione politica interna, utilizzando il sequestro come moneta di scambio per smantellare l’architettura istituzionale dello Stato bolivariano.


E’ subito partita quella che tu ed altri avete definito una guerra cognitiva con l’obiettivo di far passare l’attacco per una capitolazione del Venezuela bolivariano. Vuoi spiegare cosa intendi con questo concetto?


Per guerra cognitiva intendo quella forma sofisticata di conflitto che non mira solo a distruggere infrastrutture, ma a occupare e manipolare la mente della popolazione e dell’opinione pubblica mondiale. In questo caso, l’attacco è stato immediatamente seguito da una pioggia di fake news e operazioni di disinformazione volte a far apparire la resistenza della FANB [Forza armata nazionale bolivariana, ndr] e del popolo come una capitolazione. Si vuole indurre un senso di ineluttabilità e di sconfitta, paralizzando la volontà di combattere. La narrazione dell’invincibilità tecnologica statunitense serve a generare rassegnazione, facendo passare un atto di pirateria e un massacro per una operazione di polizia internazionale necessaria e accettata. È il tentativo di vincere la guerra senza dover occupare fisicamente ogni strada, ma occupando l’immaginario collettivo con la paura e la percezione della resa.


Come interpreti la decisioni di Rodriguez di rilasciare un gran numero di detenuti politici, di inviare una delegazione di diplomatici per riaprire le relazioni con gli USA o il comunicato di Pdvsa di avviare trattative per commerciare con gli USA il petrolio, o l’accordo per il rientro della petroliera sequestrata, la Minerva?


Queste decisioni della presidenta incaricata, Delcy Rodríguez non vanno interpretate come un cedimento, ma come una manovra tattica di alta diplomazia in un momento di estrema vulnerabilità. In una situazione di sequestro del vertice dello Stato, il governo bolivariano sta cercando di guadagnare tempo e di disinnescare l’aggressione permanente interna, supportata dall’esterno con il pretesto dei “diritti umani”. Rilasciare politici detenuti o aprire canali su PDVSA e sulla Minerva significa tentare di spostare il conflitto dal terreno puramente bellico, dove la sproporzione tecnologica è evidente, a quello negoziale, per proteggere la stabilità interna e la vita dei sequestrati. È una gestione della crisi che cerca di preservare l’ossatura dello Stato e la continuità del potere bolivariano mentre si riorganizzano le forze. In ogni caso, le risorse del popolo rimarranno nelle mani de popolo come prevede la costituzione.

Come valuti le reazioni politiche di Brasile, Messico e Colombia, cioè dei paesi più minacciati da Trump insieme al Venezuela? Sono in grado questi paesi di coordinare una risposta politica o prevarrà la politica del “divide et impera” di Trump?


Le reazioni di Brasile, Messico e Colombia sono cruciali perché questi paesi comprendono che il Venezuela è il laboratorio di ciò che Trump potrebbe riservare a loro. C’è una volontà di coordinamento, come dimostrato dai contatti tra Lula, Petro e Claudia Sheinbaum, ma la pressione di Washington per applicare il divide et impera è feroce. Trump usa il ricatto commerciale e migratorio per impedire un fronte unico latinoamericano. La capacità di questi paesi di resistere dipenderà da quanto sapranno anteporre la sovranità regionale agli interessi immediati e quanto riusciranno a far pesare la loro importanza economica comune di fronte all’unilateralismo statunitense.


E’ possibile che la strategia di tenuta di Rodriguez sia di cogestire con gli USA la politica petrolifera? E’possibile che la Cina come principale bersaglio di questa operazione accetti la sua esclusione dal Venezuela e in prospettiva dall’America Latina?


È assolutamente da escludere che la strategia sia quella di una co-gestione strutturale nel senso coloniale del termine; il piano che si sta mettendo in marcia è già stato deciso da Maduro in precedenza e prevede di vendere il petrolio a chiunque, ma in condizioni di pari dignità. D’altro canto, le multinazionali Usa, che estraevano petrolio prima che Trump imponesse le “sanzioni”, sono state obbligate ad andarsene dalle decisioni politiche del loro governo. Possono tornare a condizione di rispettare le leggi del lavoro e quelle dell’ambiente, e la costituzione bolivariana. Quanto alla Cina, essa è indubbiamente il bersaglio strategico di lungo termine di questa operazione. Pechino non accetterà facilmente l’esclusione dal Venezuela, che è il suo principale partner energetico e geopolitico nella regione. Tuttavia, la Cina gioca su tempi lunghi e con la diplomazia finanziaria. Se gli Stati Uniti pensano di aver espulso la Cina con un raid notturno, sottovalutano la profondità degli accordi strategici e degli interessi che legano il Venezuela al mondo multipolare, un legame che non si spezza con un atto di forza militare.


Il Venezuela sta affrontando una crisi difficilissima. E’ probabile secondo te che la presidente Rodriguez indica nuove elezioni per blindare politicamente il consenso al gruppo dirigente bolivariano?
È assolutamente da escludere. La presidente “incaricata” assolve solo le necessarie funzioni di governo nell’assenza obbligata del presidente legittimamente eletto, che è stato sequestrato, e che deve tornare a riprendere il suo posto e finire il suo mandato, per cui era stato eletto dalla maggioranza della popolazione l’anno scorso. La priorità assoluta di Delcy Rodríguez è la stabilità dello Stato e la sicurezza nazionale, il consolidamento del potere territoriale attraverso le Comuni e il rafforzamento dell’unione civico-militare. Blindare il consenso oggi significa dimostrare che lo Stato è capace di proteggere il popolo e di mantenere i servizi essenziali nonostante l’aggressione. Il Venezuela ha già effettuato 33 elezioni e tutte le cariche sono già state elette. Era in programma una modifica costituzionale da sottoporre a referendum per rafforzare il potere popolare e consolidare alcune leggi.

Sul medio periodo il problema più grave può derivare dalle conseguenze economiche del blocco e delle sanzioni illegali imposte dagli USA. Come vedi la situazione sul piano delle condizioni di vita, quali risposte nuove può offrire il governo Rodriguez?


Il blocco economico è la prosecuzione dell’attacco militare con altri mezzi, una forma di assedio medievale in epoca tecnologica. Le condizioni di vita sono messe a dura prova, ma il governo bolivariano ha dimostrato una resilienza straordinaria attraverso i CLAP [Comitati locali di autofornitura e produzione, ndr] 1 e i programmi di protezione sociale. Oggi produce oltre il 90 per cento di quel che consuma. Le risposte del governo Rodríguez che, non dimentichiamo è solo “facente funzioni” dovranno proseguire nei programmi già approvati, passare per un’accelerazione dell’economia comunale e una diversificazione delle rotte commerciali verso il blocco dei BRICS, bypassando definitivamente il sistema del dollaro. La sfida è trasformare l’emergenza in un’opportunità per sganciarsi ulteriormente dal modello di dipendenza dalle importazioni e dal petrolio, puntando su una sovranità produttiva reale gestita direttamente dalle organizzazioni popolari.


La rivoluzione bolivariana suscita reazioni molto diverse, anche e soprattutto tra le forze della sinistra sia di matrice riformista sia di matrice socialista e comunista. A Chavez ma soprattutto a Maduro è rimproverato l’alto grado di corruzione tra i dirigenti del partito, l’accentramento del potere nella fugura del leader, lo scarso rispetto per i diritti umani (in Italia il caso Alberto Trentini è usato per definire il governo venezuelano un “regime”), la repressione degli oppositori. Cosa c’è di vero in queste accuse e cosa c’è di strumentale?


In queste accuse bisogna distinguere attentamente tra la realtà di un processo complesso e la strumentalizzazione della guerra cognitiva. La corruzione è un male che il governo stesso denuncia e combatte, spesso eredità delle vecchie strutture della Quarta Repubblica o frutto di infiltrazioni opportuniste che ogni rivoluzione deve epurare. Il governo è frutto della dialettica fra potere costituente e potere costituito, costantemente messo alla prova dalla coscienza e dall’organizzazione popolare, proiettata verso l’autogoverno delle comunas. Per quanto riguarda i diritti umani, il caso che citi o la narrazione del regime sono parte di una campagna internazionale per demonizzare il nemico e giustificare l’aggressione. In Italia si usa la parola regime con troppa facilità, dimenticando che in Venezuela esiste un’opposizione che partecipa alle elezioni e media privati che attaccano apertamente lo Stato. La repressione che denunciano è spesso l’azione legale dello Stato contro atti di terrorismo e tentativi di golpe finanziati dall’estero che in Italia verrebbero puniti con l’ergastolo. Invece, come si vede in queste ore, chi ha compiuto destabilizzazioni e ingerenze, finisce spesso per essere liberato. In Italia, ci sono stati oltre 5.000 prigionieri e prigioniere politiche, quasi tutti condannati all’ergastolo o a lunghe pene. Ci sono compagni al “41 bis da vent’anni” (la tortura bianca) e altri che sono in galera da quaranta. Bisogna evitare di cadere nella trappola di chi usa i diritti umani come grimaldello per imporre il proprio neocolonialismo.


Tu hai sempre guardato con grande participazione alla rivoluzione bolivariana. Per quali motivi, secondo te, al di là delle critiche possibili, l’esperienza venezuelana, ha rinnovato la pratica e la teoria socialista? La rivoluzione chavista ha ancora qualcosa da dire alla sinistra, anche alla sinistra europea?


L’esperienza venezuelana ha rinnovato il socialismo perché ha riportato al centro il concetto di potere popolare non come astrazione, ma come pratica quotidiana nelle Comuni. Ha dimostrato che è possibile coniugare la lotta per la sovranità nazionale con la trasformazione dei rapporti di produzione, mettendo le risorse naturali al servizio della collettività e non delle multinazionali. Al di là delle critiche, la rivoluzione bolivariana ha ridato dignità agli invisibili e ha mostrato che esiste un’alternativa al neoliberismo selvaggio. Alla sinistra europea, spesso ripiegata su posizioni puramente elettoralistiche o subalterna ai dogmi di Bruxelles, o belliciste, il chavismo insegna che la politica è prima di tutto conflitto e organizzazione dal basso, e che la solidarietà internazionale non è un optional ma una necessità vitale. La rivoluzione ha ancora molto da dire: dice che la storia non è finita, che il socialismo è l’unica speranza contro un modello devastante, ma in crisi strutturale, e che la sovranità dei popoli è l’unica base reale per qualsiasi democrazia sostanziale.

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