Volentieri pubblichiamo il documento scritto e sottoscritto da un folto gruppo di docenti del Liceo Giordano Bruno di Torino a proposito del volantinaggio anti-maranza di Gioventù Nazionale che è stato fatto giovedì 8 gennaio 2026 presso l’Istituto, come già era accaduto in altre scuole di Torino.
La SPP ringrazia ed è al fianco delle/i docenti che hanno saputo esprimere chiaramente il rifiuto dei contenuti d’odio di quel volantino per rivendicare “il lavoro di costruzione di una cittadinanza attiva e solidale che portiamo avanti quotidianamente nelle nostre aule”.


Per una scuola solidale e inclusiva.
Lettera aperta alla comunità scolastica sul volantinaggio dell’8 gennaio
Lo scorso giovedì 8 gennaio, poco prima dell’inizio delle lezioni, alcuni militanti di Gioventù Nazionale (organizzazione giovanile di Fratelli d’Italia) hanno organizzato un volantinaggio davanti al nostro istituto, il Liceo Giordano Bruno di Torino. Il volantino distribuito si scagliava contro quella che viene definita la “cultura maranza”, dichiarata incompatibile con i valori della “Nazione” e ricondotta interamente al fenomeno delle cosiddette baby gang.
Si tratta di un tipo di iniziativa già visto altrove negli scorsi mesi. È avvenuta la stessa cosa al Liceo Primo Artistico, dove c’è però stato, in risposta, un cordone “simbolico” antirazzista di docenti e studenti davanti alla scuola (link all’appello), e poi al Liceo Einstein, dove invece il rifiuto di prendere i volantini da parte degli studenti ha dato il via a offese e spintoni, con un intervento delle forze dell’ordine in tenuta antisommossa e il fermo di uno studente minorenne. La vicenda ha avuto strascichi ulteriori, addirittura con misure di detenzione domiciliare per gli studenti, come denunciato in un recente appello dei genitori (link all’appello).
Come insegnanti di una comunità educante che si richiama ai valori della Costituzione Italiana e al sentimento antifascista che l’ha ispirata, sentiamo il dovere di condividere con studenti, personale scolastico e genitori il nostro punto di vista sulla questione.
In primo luogo, vogliamo invitare tutte e tutti a prendere apertamente le distanze dai contenuti di odio presenti in quel volantino, contrastando l’utilizzo che viene fatto del termine “maranza”, inteso come stigma sociale e come categoria razzializzata. L’obiettivo di questo tipo di narrazione è ridurre la realtà multiculturale dei nostri quartieri a una contrapposizione binaria tra un “noi” presunto sano, civile e meritevole e un “loro” descritto come minaccia, degrado, pericolo. Oltre che falsante, tale narrazione diventa potenzialmente pericolosa perché trasforma differenze sociali, culturali ed economiche in colpe individuali o di gruppo, indicando un “bersaglio” e legittimando nuove forme di esclusione.
Parlare di “maranza” in questi termini significa distogliere l’attenzione dalle cause del disagio che attraversa le periferie urbane: la precarietà abitativa, il sottofinanziamento della scuola pubblica, l’assenza di spazi di aggregazione, il lavoro precario e sottopagato, la mancanza di prospettive. Oltretutto, la realtà quotidiana di quartieri come Barriera di Milano è piena di alternative concrete
costruite direttamente dagli abitanti: reti di solidarietà, esperienze di mutuo aiuto, associazioni, comitati, doposcuola popolari, insegnanti e famiglie che ogni giorno convivono, intessono relazioni e rapporti di cura. È questa la normalità che alcuni vorrebbero cancellare, perché non rientra nella loro narrazione dell’emergenza permanente e del nemico interno.
Vogliamo inoltre dire con chiarezza che guardiamo con preoccupazione al fenomeno di progressiva militarizzazione della nostra città e dei nostri quartieri, e che una gestione della vita cittadina tutta incentrata sulla repressione del dissenso e del disagio sociale è agli antipodi rispetto ai principi che hanno ispirato la nascita della nostra Repubblica democratica. In tal senso, non comprendiamo perché le forze dell’ordine siano intervenute per accompagnare gruppi politici formati da militanti adulti nella
loro attività di propaganda davanti a una scuola superiore, finendo così per avallare quella che è a tutti gli effetti una provocazione – nella quale, meritoriamente, i nostri studenti non sono caduti – volta a diffondere messaggi xenofobi e razzisti.
Rivolgiamo perciò un appello a tutte/i quelle/i che si riconoscono in una scuola democratica e inclusiva: non accettiamo che il disagio sociale venga trasformato in guerra tra poveri. Difendere la scuola pubblica e i nostri quartieri significa rifiutare la logica della contrapposizione e la ricerca di un
capro espiatorio facile, spesso giovane e razzializzato, e invece investire in politiche di inclusione, ascolto e giustizia sociale. Siamo convinti che un importante antidoto alla paura e all’esclusione sia proprio il lavoro di costruzione di una cittadinanza attiva e solidale che portiamo avanti
quotidianamente nelle nostre aule, promuovendo giorno dopo giorno il rispetto reciproco, la responsabilità collettiva, la valorizzazione delle differenze e la riflessione critica.
Invitiamo le colleghe e i colleghi a condividere queste riflessioni con le classi.
Torino, 12 gennaio 2026