
Intervista di Cecilia Pelanda, per la laurea triennale in Scienze Internazionali, dello Sviluppo e della Cooperazione, a Rozan Alfarra, ricercatrice palestinese in Sviluppo, Cooperazione e Relazioni internazionali, luglio 2026.
For me, sovereignty means something much deeper than having a flag, an institution, or even a formally recognized state. As Palestinians, we have lived for generations without the ability to fully control our land, our movement, our resources, our borders, and often even our own bodies and futures. We grow up learning that almost every aspect of life can be restricted, monitored, bombed, occupied, or taken away. This creates a constant feeling that your life is never fully yours.
After witnessing repeated aggressions against Gaza throughout the years, and especially after the most recent genocide, with all the destruction and mass killing, it becomes impossible for me to think about sovereignty only in abstract political terms. I think about it in human terms. I think about children who should have grown up safely but instead learned the sound of drones before learning many ordinary things about life. I think about families erased entirely, homes reduced to rubble, universities destroyed, memories buried under ruins, and people forced to spend every day searching for water, food, medicine, or the names of their loved ones among the dead.
What hurts most is not only the violence itself, but the feeling that Palestinians are continuously denied the right to simply live normally. We are constantly forced into survival mode. Even our grief is interrupted by fear. Even joy feels temporary because we know how quickly everything can disappear again. Sovereignty, to me, would mean finally being able to live without this permanent instability and fear imposed on us.
I imagine a future Palestine where we are free to move across our own land without checkpoints, siege, walls, or occupation soldiers deciding where we can go and who we can become. I imagine Palestinians in Gaza, the West Bank, Jerusalem, and the diaspora being connected again instead of fragmented from one another. I imagine a future where our children inherit opportunities instead of trauma.
For me, sovereignty also means recovering dignity. It means that Palestinians are no longer treated as people whose existence must constantly be justified. It means being able to tell our own stories in our own voices, instead of always seeing others speak for us or reduce us either to numbers or political abstractions. We are human beings with memories, culture, dreams, contradictions, love, and pain. We want what every people wants: safety, freedom, stability, and the ability to shape our own future.
At the same time, I believe liberation must also exist inside our society, not only against occupation. This is why movements such as Tal’at are important to me. Palestinian women have always participated in resistance and survival, but feminist voices remind us that there can be no truly free homeland if women themselves are not fully free, protected, and equal. A liberated Palestine should also be a place where people are able to live with dignity socially, politically, and personally.
Despite everything, Palestinians continue to hold onto life with extraordinary strength. Even after immense destruction, people still try to study, write, create art, care for one another, celebrate small moments, and imagine a future. I think this is also part of sovereignty: the refusal to disappear. The refusal to allow occupation and violence to define the entirety of who we are.
Ultimately, when I think about the future of Palestine, I do not imagine domination over anyone else. I imagine the end of domination over us. I imagine a future where Palestinians can finally exist freely on their land, govern themselves independently, protect their memories and culture, and live ordinary lives without occupation, siege, fear, or constant loss. That, to me, would be true sovereignty.
Traduzione
Per me, sovranità significa qualcosa di molto più profondo di avere una bandiera, un’istituzione o persino uno Stato formalmente riconosciuto. Come palestinesi, abbiamo vissuto da generazioni senza il pieno controllo sulla nostra terra, sui nostri spostamenti, sulle nostre risorse, sui nostri confini e, spesso, nemmeno sui nostri corpi e sul nostro futuro. Cresciamo imparando che quasi ogni aspetto della vita può essere limitato, sorvegliato, bombardato, occupato o sottratto. Questo genera la costante sensazione che la tua vita non sia mai interamente tua.
Dopo essere stata testimone, nel corso degli anni, delle ripetute aggressioni contro Gaza, e in particolare dopo il più recente genocidio, con tutta la distruzione e le uccisioni di massa, è diventato impossibile per me pensare alla sovranità solo in astratti termini politici. Penso ad essa in termini umani. Penso ai bambini che avrebbero dovuto crescere in sicurezza e che invece hanno imparato a riconoscere il rumore dei droni prima ancora di apprendere molte cose comuni della vita. Penso a famiglie interamente cancellate, case ridotte in macerie, università distrutte, memorie sepolte sotto le rovine e persone costrette a trascorrere ogni giorno alla ricerca di acqua, cibo, medicine o dei nomi dei propri cari tra i morti.
Ciò che fa più male non è solo la violenza in sé, ma il sentimento che ai palestinesi venga costantemente negato il diritto di vivere semplicemente una vita normale. Siamo costantemente costretti a vivere in una modalità di pura sopravvivenza. Persino il nostro dolore viene interrotto dalla paura. Sentiamo effimera anche la gioia, perché sappiamo con quanta rapidità possa svanire di nuovo. Per me, sovranità significherebbe poter finalmente vivere senza queste instabilità e paura che ci vengono imposte.
Immagino una Palestina futura in cui siamo liberi di muoverci nella nostra terra senza posti di blocco, assedi, muri o soldati dell’occupazione che decidono dove possiamo andare e chi possiamo diventare. Immagino i palestinesi di Gaza, della Cisgiordania, di Gerusalemme e della diaspora nuovamente connessi tra loro, invece che separati gli uni dagli altri. Immagino un futuro in cui i nostri figli ereditino opportunità invece di traumi.
Per me, sovranità significa anche riconquistare dignità. Significa che i palestinesi non vengano più trattati come persone la cui esistenza debba essere costantemente giustificata. Significa poter raccontare le nostre storie con la nostra voce, invece di vedere sempre altri parlare per noi o ridurci a semplici numeri o ad astrazioni politiche. Siamo esseri umani con memorie, cultura, sogni, contraddizioni, amore e dolore. Vogliamo ciò che ogni popolo desidera: sicurezza, libertà, stabilità e la possibilità di plasmare il nostro futuro.
Allo stesso tempo, credo che la liberazione debba avvenire anche all’interno della nostra società, non solo contro l’occupazione. Ecco perché movimenti come Tal’at sono importanti per me. Le donne palestinesi hanno sempre partecipato alla resistenza e alla lotta per la sopravvivenza, ma le voci femministe ci ricordano che non può esserci una patria veramente libera se le donne stesse non sono pienamente libere, protette e in condizioni di parità. Una Palestina liberata dovrebbe essere anche un luogo in cui le persone possano vivere con dignità, sul piano sociale, politico e personale.
Nonostante tutto, i palestinesi continuano ad aggrapparsi alla vita con una forza straordinaria. Anche dopo immense distruzioni, le persone cercano ancora di studiare, scrivere, creare arte, prendersi cura l’una dell’altra, festeggiare piccole occasioni e immaginare un futuro. Credo che anche questo sia parte della sovranità: il rifiuto di scomparire. Il rifiuto di permettere all’occupazione e alla violenza di definire interamente ciò che siamo.
In definitiva, quando penso al futuro della Palestina, non immagino il dominio su nessun altro. Immagino la fine del dominio su di noi. Immagino un futuro in cui i palestinesi possano finalmente esistere liberamente sulla propria terra, autogovernarsi in modo indipendente, proteggere le proprie memorie e la propria cultura e vivere vite normali, senza occupazione, assedio, paura o perdite costanti. Per me, questa sarebbe vera sovranità.