FACCIAMO PACE?

Pubblichiamo l’introduzione di Barbara Strambaci ai disegni prodotti da allieve e allievi di alcune scuole primarie per il progetto Un ponte tra Gaza e Torino, auspicando che le riflessioni espresse sulla capacità di bambine e bambini di “fare pace” siano di ispirazione per le comunità educanti.


FACCIAMO PACE?

Il biologo evoluzionista Edward Osborne Wilson, nel suo saggio intitolato “Il significato dell’esistenza umana”, spiega come l’intelligenza sociale sia quel tratto genetico dell’Homo sapiens che lo ha posto in una condizione di vantaggio evolutivo.

In parole semplici: siamo predisposti geneticamente alla socializzazione, alla condivisione e alla suddivisione dei ruoli. Il problema è che tale tratto innato non è istintivo: di conseguenza necessita sia di “allenamento” sociale sia di condizioni ambientali favorevoli affinché si manifesti.
La capacità dei bambini di “fare pace” dopo un litigio, trovando soluzioni o semplicemente superando il conflitto spontaneamente, sembrerebbe avvalorare la ricerca scientifica sulla predisposizione genetica alla socializzazione: senza troppi costrutti mentali, i bambini cercano la strada per stare bene insieme e la trovano!
Lo sanno bene le bambine e i bambini della scuola dell’infanzia E15 di Torino e lo esprimono attraverso i loro disegni: “Noi piccoli litighiamo, ma sappiamo fare pace!” E la pace loro la sanno fare chiedendo scusa, dando un bacio, ricominciando a giocare insieme, creando relazioni. Così facendo, sviluppano quelle abilità prosociali come la gentilezza e la compassione che stanno alla base delle relazioni.
In contrapposizione, osservando il mondo degli adulti, i bambini avvertono che il conflitto “i grandi” non lo sanno più gestire, che sfugge dalle loro mani fino a trasformarsi in guerra. Carim, spiegando il suo disegno, dice: “Due persone che litigano, una sta scappando e così non riescono a far pace”. Davanti al conflitto si scappa e il mondo assume una tonalità sempre più grigia, dove ognuno rimane arroccato sulle proprie posizioni, isolato, non dando la possibilità alla predisposizione genetica socializzante di manifestarsi.
E ancora Cugad racconta il suo disegno:” I miei amici in Ucraina che stanno giocando, ma il carrarmato si avvicina alla casa, poi spara e non riescono a fare la pace!” La guerra entra nelle vite dei bambini, le lacera, le allontana dalla possibilità di una società fondata sul rispetto reciproco, sull’ascolto dell’altro nelle diversità. La guerra sottrae alla vita la vita stessa, quella scritta nel nostro DNA.
Se educare (ex-ducere) significa “tirare fuori”, sono fermamente convinta che il compito della comunità educante sia proprio quello di dare la possibilità ai bambini di esprimere i tratti innati della socializzazione, dando ampio spazio alla relazione e alla risoluzione nonviolenta dei conflitti.
A Gaza i bambini sono le principali vittime dell’orrore che si sta compiendo e che per molti adulti, da questa altra parte del mondo, è vergognosamente ridotto a una questione aristotelica di classificazione terminologica.
“Nello specchio di Gaza”, la comunità educante dovrebbe sentire doveroso e impellente il richiamo alla salvezza dell’umanità proprio attraverso i bambini… che la pace la sanno fare.
Barbara Strambaci





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