Contro la pedagogia della repressione e per la libertà di dissenso

Il filosofo Gentile, non rimpianto padre della scuola classista italiana, rivendicò le azioni omicide delle squadracce fasciste parlando di “filosofia del manganello”.

Più prosaicamente, la presidente Meloni ha inaugurato una “pedagogia della repressione” – praticata con manganellate, lacrimogeni, carcere e misure cautelari – con cui sta “educando” cittadine e cittadini, in particolare di origine straniera, e minorenni delle nostre scuole, a stare al loro posto e non disturbare il governo.

Dopo le straordinarie mobilitazioni dell’autunno contro il genocidio della popolazione palestinese, la repressione ordinata dal ministro dell’interno e fatta propria dalla procura torinese sta mietendo quotidianamente vittime.

Il tentativo di espulsione dell’imam Shahin, gli arresti degli e delle animatrici delle reti di solidarietà con la Palestina, lo sgombero di Askatasuna con la militarizzazione del quartiere e infine l’arresto di sei studenti minorenni delle scuole torinesi sono tasselli di un unico piano repressivo.

Si tratta di mostrare alle persone senza potere che non possono permettersi di avere un’opinione politica né di esprimerla, tantomeno con le loro azioni.

Forme di castigo intimidatorie applicate a giovani che rifiutano la propaganda fascista e razzista e manifestano per la liberazione del popolo palestinese e contro le guerre vogliono insegnare che del diritto internazionale, dei diritti di cittadinanza e della stessa Costituzione si può “fare strame”.

Noi, che viviamo ogni giorno il mondo della scuola, così colpito nella nostra città, non abbiamo intenzione di restare a guardare: per questo siamo a fianco di tutte le persone che generosamente cercano di fare del mondo un luogo meno ingiusto e spietato di quanto oggi sia diventato.

Il potere che esibisce poliziotti e carabinieri nelle strade, commina multe salate per le manifestazioni d’autunno, sottopone giovani minorenni a misure detentive come strumenti di controllo del territorio mostra infatti di temere il dissenso e si preoccupa principalmente di soffocare e silenziare le voci critiche. Come avviene nello scenario internazionale, così sul piano locale poteri ormai privi della forza della ragione colpiscono chi si oppone dispiegando la cruda ragione della forza.

Per questo invitiamo lavoratrici, lavoratori, studenti, cittadine/i a organizzarsi ed esprimersi contro le politiche repressive messe in atto dal governo e da una parte della magistratura e delle forze dell’ordine. Sollecitiamo la convergenza di tutte le realtà sindacali che non si piegano e dell’associazionismo democratico e progressista.

Raccogliamo l’invito della grande assemblea, con partecipazioni da ogni parte d’Italia, tenuta al Campus Einaudi di Torino il 17 gennaio scorso per per lanciare un segnale chiaro e fermo contro ogni deriva antidemocratica e contro le politiche di guerra.

Continuando il nostro impegno nella costruzione di una partecipazione attiva nei luoghi di lavoro e nelle scuole, vogliamo contribuire al successo della manifestazione nazionale contro la repressione che si terrà a Torino il 31 gennaio. Iniziamo un percorso di netto rifiuto delle politiche governative: respingere la pedagogia della repressione e chiedere la liberazione dei giovani impegnati nelle lotte per la Palestina e nelle lotte sociali è un atto civile necessario per evitare che si compia una svolta liberticida e reazionaria, di cui percepiamo le nere avvisaglie.

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