La lingua madre come elemento di comune umanità tra i popoli

Nel mondo delle fiabe tutto è possibile e ce lo insegna Adam della scuola primaria Sibilla Aleramo di Torino mentre legge le parole della ninnananna che la sua nonna ucraina cantava alla figlia.
In uno scenario internazionale di devastazione e di violazione dei diritti umani, dove sembra che la pace possa regnare solo in un paese fiabesco, come fosse elemento magico di un’”isola che non c’è”, il progetto didattico della rete Scuola per la Pace Torino e Piemonte Un ponte tra Gaza e Torino vuole restituire al mondo degli adulti la speranza e il desiderio profondo di cercare quella strada che conduce al rispetto della dignità di tutti gli esseri umani. E sono proprio le bambine e i bambini ad indicarci la direzione per giungere, percorrendo ponti di umanità, a luoghi dove, attraverso l’incontro con l’altro, riconosciamo noi stessi.
Quello tra Gaza e Torino è un ponte fatto di parole e culture, di melodie e tradizioni, di immagini e significati tenuti insieme dalle lingue madri dei popoli che nel nostro percorso abbiamo incontrato.
E così, dove la mano di un uomo scarica 335 colpi di arma da fuoco su un’auto uccidendo la bambina che dall’interno chiedeva aiuto, proprio in quella striscia di terra, raggiunta più dal silenzio che dalle voci, si è diretto il nostro ponte.
L’idea del progetto nasce una mattina di giugno del 2025, dalla lettura a due lingue della poesia Pensa agli altri di Mahmoud Darwish: io in italiano e Nada, giovane donna palestinese, in arabo. Avvolte dalla musicalità delle parole, dai racconti di una Gaza prospera di agrumeti e uliveti che ormai non c’è più, dalla rabbia e dalla paura di vissuti violenti, riconosciamo entrambe la lingua madre come elemento di comune umanità tra i popoli. La lingua madre entra così nella progettazione didattica delle scuole aderenti al progetto* attraverso il veicolo di filastrocche e ninnenanne; ogni classe declina il progetto in base alla propria realtà, così l’impalcatura del ponte prende forma durante l’anno scolastico, arricchendosi di parole, sonorità e atmosfere provenienti da donne gazawi e da nonne, nonni, madri e padri dei nostri alunni. Il ponte si erge alto e si tinge di tutti i colori dell’arcobaleno, come rappresentato in un disegno di alcuni alunni e alunne: sono i colori delle nostre classi multiculturali, in cui tradizioni italiane e regionali, brasiliane, ucraine, marocchine, egiziane, rumene, moldave, ebraiche si incontrano e si arricchiscono a vicenda.
L’analisi dei testi delle ninnenanne diverte i bambini che, come in una caccia al tesoro, scoprono elementi comuni in culture diverse e altri peculiari; come la paura, che è presente sia nella tradizione italiana, sia in quella brasiliana, con la figura dell’uomo nero (“Bicho papão” in Brasile) che arriva se il bambino non dorme, rivelandoci che in Brasile i bambini devono dormire perché «il papà è andato nei campi e la mamma nella piantagione di caffè», aprendo così il nostro sguardo su quelle realtà di sfruttamento nelle piantagioni sudamericane. La paura aleggia anche nella ninnananna palestinese Yalla-Tnam, ma in questo caso è un’emozione lontana perché è più «la tristezza ad avvolgerci come miele»: una bambina, rapita ai suoi genitori dai nomadi, divenuta adulta, un giorno riconosce un commerciante di uva e di giuggiole del suo paese natale, così, nel cullare la sua bambina, inizia a intonare una melodia per farsi riconoscere dall’uomo che tenta di riunire la famiglia, ma invano. La conoscenza diviene incarnata quando in classe Your, un’alunna egiziana, iniziando a intonare Yalla-Tnam mentre guardiamo i video inviatici dalle donne di Gaza, ci rivela che anche la sua mamma gliela cantava, mentre gli alunni marocchini affermano di non conoscerla. Sarà una mamma marocchina a spiegare ai bambini che non esiste un’unica lingua araba, che quella egiziana e palestinese si assomigliano molto, mentre si discostano dall’arabo parlato in Marocco.
Il ponte, nel prendere forma, si arricchisce di particolari ed emozioni, fino ad abbellirsi di meraviglia quando nell’ascoltare Nada e le donne della sua famiglia cantare una filastrocca, riconosciamo la melodia della nostra Nella vecchia fattoria; le parole non sono le stesse, nella versione palestinese una volpe ingannatrice tenta di ammaliare la mamma per entrare in casa, ma la musica ci unisce nonostante lo spazio di un mare a separarci. Nello stesso modo troviamo noi stessi mentre Arwa, ragazza gazawi, intona per la sua nipotina una ninnananna: «Maestra! Ma è Fra Martino!», urlano i miei alunni. La domanda di molti bambini sorge spontanea: «Com’è possibile cantare con le stesse musiche?»; la risposta arriva da loro stessi: ogni popolo è il frutto di spostamenti di popoli antecedenti che, incontrandosi, hanno plasmato culture e tradizioni.
Nel costruire il ponte, impariamo che il mondo, per essere compreso, deve essere osservato da più angolazioni e per farlo dobbiamo spostarci noi, assumere posture che rompono i muri della mente, quei costrutti che ci impediscono di guardare oltre e comprendere che ogni essere umano possiede un valore inviolabile chiamato dignità.
Ci è stato chiesto perché abbiamo messo la Palestina al centro del progetto, perché abbiamo voluto dirigere il nostro ponte proprio a Gaza: la risposta più disarmante e diretta che una collega aderente al progetto ha fornito è stata: «Perché a vivere sotto le tende ci sono loro, i palestinesi». Come referente del progetto, aggiungo che abbiamo voluto avvicinarci a quelle tende, sulle quali attendiamo da anni che i mezzi di informazione accendano i riflettori dignitosamente ed eticamente, per restituire umanità e dignità a coloro di cui il mondo sembra essersi dimenticato. Nello specchio di Gaza, mentre Nada canta una canzone con la melodia della nostra Nella vecchia fattoria, ci specchiamo e riconosciamo in lei la nostra stessa umanità, il nostro stesso desiderio di felicità.
Questo progetto è dedicato proprio a lei: specchiandomi in Nada ho sentito che il silenzio del mondo non era più tollerabile e che “l’essere umani” deve passare attraverso la presa di coscienza delle violazioni dei diritti fondamentali nel mondo e il riconoscimento di tali violazioni; tuttavia, come affermava Susan Sontag, fermarsi alla presa di coscienza e provare empatia non è sufficiente: è necessaria la compassione, quel profondo desiderio di portare il bene nelle persone che stanno soffrendo, attraverso l’azione.
Un ponte tra Gaza e Torino è la mia azione come insegnante, come essere umano.

Torino, agosto 2026
Barbara Strambaci

*Scuola Primaria Sibilla Aleramo, I.C. Padre Gemelli, Scuola Secondaria di Primo Grado dell’I.C. Centro Storico di Moncalieri.

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UN PONTE TRA GAZA E TORINO – Un progetto didattico della rete Scuola per la Pace Torino e Piemonte

Premessa
A settembre 2025, in occasione del convegno Nello specchio di Gaza, la cultura palestinese e noi, rete Scuola per la Pace Torino e Piemonte, in collaborazione con il Comitato un aiuto per la Palestina, ha presentato il progetto didattico Un ponte tra Gaza e Torino rivolto alle scuole primarie e secondarie di primo grado.
Il progetto proponeva un viaggio nelle tradizioni di diverse culture, a partire da quella palestinese, attraverso l’esplorazione di ninnenanne, filastrocche e racconti veicolati dalle lingue madri, per scoprire in essi elementi di comune umanità tra i popoli.
Alcune donne e bambini dalla striscia di Gaza, attraverso il Comitato, hanno partecipato al progetto inviandoci dei video nei quali intonavano canti della tradizione palestinese.
Hanno aderito al progetto la scuola primaria Sibilla Aleramo, l’I.C. Padre Gemelli e la scuola secondaria dell’I.C. Centro Storico di Moncalieri.
Ogni classe ha declinato le attività in base alla propria realtà e alla fascia di età degli alunni, esprimendosi attraverso elaborati artistici esposti in una mostra interattiva itinerante. La prima esposizione si è tenuta presso la biblioteca civica di Torino I ragazzi e le ragazze di Utøya, con un evento inaugurale il 9 giugno e due successive visite guidate.
Nel mese di settembre la mostra sarà riallestita presso la bocciofila Rami Secchi a Torino: l’inaugurazione si terrà domenica 13 e, durante il periodo di esposizione, saranno organizzati laboratori per bambine e bambini aperti alla cittadinanza.

Finalità
Il progetto ha come finalità il rispetto e la valorizzazione di tutte le culture, attraverso l’esplorazione e l’incontro di quella palestinese con quelle degli alunni; cogliendo somiglianze e differenze, si offrono opportunità di riflessione, di confronto e di arricchimento, nell’ottica dello sviluppo di un dialogo tra i popoli.
Inoltre, il ponte che da Torino raggiunge Gaza vorrebbe aprire sguardi di dignità sul popolo palestinese, che vadano oltre il sentimento istintivo di pietà suscitato dalle immagini di distruzione e violenza provenienti dai territori occupati.
L’intento, come insegnanti, è quello di educare ad una visione profonda che metta al primo posto il riconoscimento della nostra stessa umanità nell’altro; è importante che gli alunni riconoscano la naturale inclinazione di ogni essere umano alla ricerca della felicità e, al tempo stesso, diventino consapevoli dell’esistenza del diritto internazionale che definisce e riconosce in tutti gli esseri umani i diritti fondamentali per la dignità e il benessere di tutte e tutti.

Il progetto nelle tre scuole
L’adesione al progetto da parte dei tre istituti ha permesso uno scambio e un dialogo arricchente tra le tre realtà scolastiche.
Attraverso interviste alle proprie famiglie, gli alunni hanno scoperto e condiviso a scuola canzoni e ninnenanne delle culture di origine. Ogni classe ha approfondito alcuni elementi che, messi insieme, hanno dato vita al ponte: c’è chi ha approfondito il significato della lingua madre, chi ha rappresentato il testo della ninnananna palestinese Yalla-Tnam con gli acquerelli, chi ha messo a confronto i testi e le melodie delle ninnenanne dei propri nonni e quelle delle donne palestinesi; chi ha reinterpretato musicalmente la canzone popolare Atuna Tufuli; i più piccoli della scuola dell’infanzia e della classe prima della primaria hanno partecipato esprimendo il loro desiderio di pace e rifiuto della guerra.
Tra le ninnenanne ascoltate e lette, c’è anche Wiegala, cantata da Ilse Weber a suo figlio e ad altri bambini il 6 ottobre 1944 entrando nelle docce di Auschwitz, per non dimenticare l’olocausto e per riflettere sull’aberrazione umana che si manifesta ogni qualvolta si compia un genocidio.
L’ascolto dei canti in lingua originale ha suscitato curiosità e divertimento negli alunni, oltre ad aprire la riflessione sul significato e sul valore della lingua madre; Andy, dieci anni, ci racconta che lui sente il rumeno nelle mani e nei piedi perché il nonno che vive in Romania coltiva la terra; il suo compagno Youssef sente l’arabo nel cuore perché è la lingua dei suoi genitori, del loro amore per lui, mentre l’italiano è nel suo respiro.

In ogni classe il progetto ha evidenziato la sua caratteristica di trasversalità didattica, coinvolgendo più discipline: italiano, arte, inglese, musica, geografia, storia, educazione civica. È stato anche possibile lavorare in continuità sia verticale, come avvenuto nell’I.C. Padre Gemelli, sia con il territorio proponendo laboratori aperti alle famiglie, come organizzato all’Aleramo con la lettura in più lingue della poesia Pensa agli altri di Mahmoud Darwish e alla Gemelli (articolo della collega Roberta Schiavello).
Nel corso dell’anno scolastico, il progetto ha raggiunto la città di Roma: proprio una filastrocca palestinese sui numeri mi ha messo in collegamento con le registe Giada Cicchetti e Agnese Rizzari, autrici di un film cortometraggio prodotto dall’Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio Democratico di Roma (AAMOD); il cortometraggio esplora il materiale d’archivio girato da Monica Maurer in Libano e Palestina tra gli anni ’70 e ’80 del secolo scorso dove dei bambini di un campo profughi intonano proprio una filastrocca in arabo sui numeri.
Contattando le donne a Gaza, abbiamo avuto conferma che la stessa filastrocca è cantata tuttora e Tahreer, fondatrice della scuola sotto la tenda nella striscia di Gaza Small children, big dreams, ci ha mandato un video con i suoi alunni che la cantano per noi.
Ciò che emerge dal testo è come i bambini palestinesi da decenni vivano una quotidianità scandita da elementi di guerra; la filastrocca recita infatti: «Uno è un bastone, due è una pistola, tre ha i denti, quattro trema (o balla), cinque è un cerchio (in alcune versioni è una bomba, in quella di Tahreer una torta di zucchero), sei è triste, sette ringrazia Dio, otto prega, nove è il bastone del nonno, dieci gioca a calcio».
La filastrocca è stata oggetto di un laboratorio di animazione cinematografica offerto dalle registe alla classe quinta della scuola Aleramo, un’opportunità artistica e di cittadinanza meravigliosa.

L’incontro con le donne, le bambine e i bambini palestinesi ha suscitato grande emozione nei nostri alunni e al tempo stesso la consapevolezza che i diritti fondamentali, che dovrebbero essere garantiti universalmente, in molte parti del mondo sono negati. A Gaza è in atto uno scolasticidio tuttavia, quel che emerge tra le macerie è il Sumud, la volontà di resistere con dignità, di continuare a fare scuola anche sotto una tenda o, dove anche questa è negata, sotto un cielo dominato dal ronzio incessante dei droni. Il Sumud non si può spiegare, lo si comprende dalla quotidianità del popolo palestinese; le studentesse e gli studenti della scuola secondaria di Moncalieri, probabilmente con cuori empatici e con la grinta che nasce dal riconoscimento di un’ingiustizia, lo hanno rappresentato artisticamente disegnando una lezione di inglese all’aperto tenuta dalla giovane Arwa e, con la tecnica dei gessetti, una mamma, Nada, mentre intona una ninnannana con la sua piccola tra le braccia in uno spazio sospeso tra la violenza di un incendio di un bombardamento e la speranza di pace di una colomba in cielo.

Torino, luglio 2026
Barbara Strambaci




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“Morire di Naia”, recensione di Davide Pelanda

Pubblichiamo la bella recensione di Davide Pelanda, docente di Scuola per la pace, al libro Morire di Naia, di Marta Silvestre e Andrea Turco (Zolfo Editore, 2026), la cui lettura sarà molto utile per la necessaria contronarrazione sul fascino delle “carriere in divisa” con cui i militari tentano di allettare le e i giovani studenti all’arruolamento nelle Forze Armate.

Morire di Naia

«Siamo pronti alla morte, l’Italia chiamò». È una delle strofe più note dell’Inno nazionale italiano, quella che ancora oggi, durante la cerimonia del giuramento di fedeltà alla Repubblica, viene cantata da chi sceglie di intraprendere la carriera militare. Parole solenni, che evocano il sacrificio estremo per la Patria e che, nella loro immediatezza, ricordano come il soldato sia chiamato, in caso di necessità, persino a mettere in gioco la propria vita.
Ma cosa succede quando non si muore in guerra, bensì inconsapevolmente, in tempo di pace? Cosa accade quando una giovane recluta perde la vita all’interno di una caserma, in un ambiente che dovrebbe essere prima di tutto un luogo di formazione, disciplina e crescita professionale? E cosa accade quando dietro una morte si nascondono episodi di violenza, umiliazioni, soprusi e quello che per decenni è stato chiamato, con una parola quasi innocua, “nonnismo”?
Sono proprio queste alcune delle domande alle quali cerca di rispondere il libro-inchiesta Morire di Naia, scritto da due giovani giornalisti, Marta Silvestre e Andrea Turco, pubblicato da Zolfo Editore nel 2026 (178 pagine, 17 euro).
Un lavoro che riporta alla luce una parte della storia del servizio militare obbligatorio italiano rimasta per troppo tempo ai margini del dibattito pubblico.
Silvestre e Turco, nati a metà degli anni Ottanta, appartengono a una generazione che la cosiddetta «cartolina di precetto» per il servizio militare obbligatorio di un anno non l’ha mai ricevuta. Non hanno quindi vissuto direttamente l’esperienza della leva, ma ne hanno sentito parlare, hanno raccolto testimonianze e si sono documentati per ricostruire una realtà spesso nascosta dietro le mura delle caserme.
Il loro obiettivo è cercare di capire perché sia esistito, e in parte possa ancora esistere, un lato oscuro della vita militare e come la disciplina, necessaria all’interno delle Forze armate, possa trasformarsi in abuso. Un abuso che, nei casi più gravi, può arrivare a coinvolgere le stesse istituzioni e a creare un muro di silenzio attorno a giovani militari che, invece di essere protetti, finiscono per sentirsi traditi proprio da quelle istituzioni che hanno scelto di servire.
I “morti per naia” raccontati nel volume sono cinque: Emanuele Scieri, Tony Drago, Giovanni Cosca, Marco Mandolini e Riccardo Rasman. Cinque vicende diverse, accomunate da morti drammatiche e da percorsi investigativi segnati, secondo la ricostruzione degli autori, da piste false, omissioni, contraddizioni e indagini spesso confuse.
Ma l’elenco, purtroppo, non si esaurisce qui. In Italia non esiste infatti un’anagrafe ufficiale in grado di quantificare con certezza il numero complessivo dei giovani morti a causa del servizio militare obbligatorio. Le stime indipendenti relative al periodo compreso tra il 1946 e il 2005, anno in cui la leva obbligatoria venne sospesa per legge, parlano di una cifra compresa tra 3.000 e oltre 5.000 decessi avvenuti in tempo di pace (FONTE: ANAVAFAF – Associazione Nazionale Assistenza Vittime Arruolate nelle Forze Armate e Famiglie dei Caduti, fondata dall’ex presidente della Commissione Difesa della Camera Falco Accame). Numeri impressionanti, soprattutto se si considera che si tratta di giovani che non si trovavano su un campo di battaglia, ma all’interno di strutture militari dello Stato.
Tra le cause di morte più rilevanti vi è il suicidio delle giovani reclute, spesso collegato a situazioni di forte isolamento, all’incapacità di adattarsi a una disciplina particolarmente rigida o a traumi provocati da episodi di “nonnismo” e vessazione. Secondo i dati emersi in Commissione Difesa, negli anni Sessanta e Settanta il tasso di suicidi tra i giovani di leva avrebbe talvolta superato quello registrato nella popolazione civile della stessa fascia d’età.
Accanto ai suicidi vi erano poi altre cause di morte, numericamente meno rilevanti ma comunque significative: incidenti stradali durante i trasferimenti dei contingenti, colpi d’arma da fuoco accidentali nei poligoni, incidenti durante l’addestramento ed esplosioni. A queste si aggiungevano i decessi provocati da patologie fulminanti che non venivano diagnosticate durante le visite di leva, come arresti cardiaci o meningiti fulminanti, queste ultime favorite anche dalle condizioni di sovraffollamento che in determinati periodi caratterizzavano le camerate.
Il punto centrale dell’inchiesta è però anche un altro: comprendere come la violenza potesse essere normalizzata e trasformata in una sorta di rito di passaggio. Il “nonnismo”, le umiliazioni e le prove di forza venivano talvolta presentati come strumenti necessari per “formare il carattere” della recluta, come se la sofferenza fosse una componente inevitabile della vita militare e come se mettere alla prova la resistenza fisica e psicologica di un giovane fosse parte integrante dell’addestramento.
L’analisi condotta dai due giornalisti si basa su atti giudiziari, documenti inediti, atti parlamentari e testimonianze dirette. È questo apparato documentale a dare forza alla loro ricostruzione. Morire di Naia non è quindi soltanto un libro di cronaca, né una semplice raccolta di storie tragiche: è soprattutto un tentativo di interrogarsi sul rapporto tra disciplina e abuso, tra obbedienza e responsabilità, tra istituzioni e singoli individui.
È anche un atto d’accusa contro la normalizzazione della violenza e del “nonnismo”, troppo spesso giustificati come “riti di tempra virile”. Dietro questa espressione, apparentemente innocua, possono infatti nascondersi comportamenti che nulla hanno a che vedere con l’addestramento militare e che possono invece trasformarsi in vere e proprie forme di sopraffazione.
«Ancora oggi, troppo spesso, chi vive in caserma o va in missione – scrivono i due giornalisti nel volume – si reputa diverso da chi vive nella società civile, che non potrà mai capire cosa si prova ad avere addosso una mimetica, una divisa che si reputa tatuata e alla quale si dà tutto, si deve dare tutto».
È una riflessione importante perché permette di comprendere anche la distanza che per lungo tempo ha separato il mondo militare dalla società civile. Una distanza fatta di linguaggi, regole, gerarchie e codici interni, ma anche di una diversa percezione del rapporto tra individuo e istituzione.
Oggi, tuttavia, potremmo dire che l’esercito e la figura del soldato siano, per usare un termine forse improprio ma efficace, più “sdoganati” rispetto al passato. La percezione delle Forze armate non è più quella di qualcosa di completamente estraneo alla nostra vita quotidiana. Al contrario, la presenza dei militari è diventata sempre più visibile nello spazio pubblico.
«I militari fanno tendenza – scrivono Silvestre e Turco nel libro –. Vanno in tv e sono protagonisti del dibattito politico. (…) la politica sceglie l’ostentazione muscolare e armata, mettendo in campo l’esercito, che opera congiuntamente alle forze di polizia».
È sufficiente guardarsi intorno per accorgersi di quanto questa presenza sia diventata abituale. Oggi vediamo giovani soldati pattugliare le strade delle nostre città, soprattutto nelle zone considerate più sensibili, con una funzione di deterrenza nei confronti della criminalità. È la cosiddetta “Operazione Strade Sicure”, introdotta nel 2008 durante il governo Berlusconi e tuttora attiva.
Secondo gli autori, «(…) non è soltanto una misura spot ma ha inciso parecchio nell’immaginario collettivo italiano. Con essa per la prima volta l’esercito viene impiegato in pianta stabile nelle città. (…) l’esercito è ovunque».
Negli ultimi anni, infatti, il mondo militare è entrato anche negli spazi educativi, attraverso iniziative di orientamento, promozione e collaborazione con le scuole.
«Lo sbarco dei militari nelle scuole, per attività di promozione con sfumature cooptative, è stato talmente preponderante che nel 2023 è nato l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università», osservano gli autori.
Si tratta di un cambiamento significativo rispetto all’epoca della leva obbligatoria. Se allora il servizio militare rappresentava per molti giovani un passaggio quasi inevitabile della vita adulta, oggi la scelta di entrare nelle Forze armate avviene prevalentemente su base volontaria e viene presentata anche come una possibile opportunità professionale.
Il servizio militare volontario è diventato, in questo senso, uno dei tanti percorsi lavorativi disponibili, seppure caratterizzato da regole, gerarchie e responsabilità particolari e da un ambiente che rimane, per sua natura, in parte “ermetico”, nel quale vigono procedure, segreti e codici comportamentali differenti da quelli della società civile.
Anche sotto questo aspetto, però, il libro invita a interrogarsi sulle ragioni sociali ed economiche che spingono tanti giovani a scegliere la carriera militare. Il bacino di reclutamento delle Forze armate, osservano gli autori, proviene in larga misura dal Mezzogiorno d’Italia, dove la possibilità di ottenere uno stipendio stabile può rappresentare un’alternativa concreta alla disoccupazione giovanile e alla scarsità di opportunità lavorative.
Un paradosso emerge allora con particolare evidenza: se molti dei giovani che scelgono di entrare nelle Forze armate sono del Sud, le numerose caserme e strutture militari sono dislocate nel Centro-Nord della Penisola. Per alcuni di loro, quindi, l’ingresso nell’esercito significa anche lasciare la propria terra, la famiglia e il proprio ambiente di origine, entrando in un mondo completamente nuovo e sottoposto a regole rigide.
È proprio in questo passaggio che il tema della vulnerabilità delle giovani reclute assume un’importanza particolare. Un ragazzo o una ragazza che entra in una caserma non porta con sé soltanto un’uniforme: porta la propria storia personale, le proprie fragilità, le proprie aspettative e il proprio bisogno di sentirsi parte di una comunità. Se l’ambiente nel quale entra diventa invece luogo ostico, di isolamento, paura o sopraffazione, il confine tra disciplina e abuso può diventare estremamente sottile.
Morire di Naia ha dunque il merito di riportare l’attenzione su una pagina della storia italiana che rischia di essere dimenticata. La sospensione della leva obbligatoria nel 2005 non ha cancellato automaticamente i problemi legati alla cultura militare, alla gestione del potere gerarchico e al rapporto tra disciplina e diritti individuali.
Le storie raccontate da Silvestre e Turco diventano così qualcosa di più di una sequenza di tragedie personali. Sono vicende che chiamano in causa lo Stato, le istituzioni, la giustizia e, più in generale, la società civile. Perché una morte avvenuta durante il servizio militare non dovrebbe mai essere considerata semplicemente come una fatalità, soprattutto quando emergono dubbi, omissioni, responsabilità o comportamenti che avrebbero potuto essere evitati.
Questa inchiesta giornalistica lascia quindi il segno proprio per la capacità di riportare alla luce ferite profonde e, in alcuni casi, mai realmente curate. Il libro pone domande scomode e obbliga il lettore a guardare oltre la retorica della divisa, del coraggio e del sacrificio.
La memoria dei ragazzi raccontati nel volume, così come quella di tanti altri giovani che hanno perso la vita durante il servizio militare, diventa in questo modo un richiamo alla responsabilità.
Perché il rispetto della Patria, della divisa e delle istituzioni non può prescindere dal rispetto della persona. E proprio per questo Morire di Naia si presenta come un monito: affinché la disciplina non diventi mai una giustificazione per la violenza, affinché il silenzio non prevalga sulla verità e affinché la giustizia possa finalmente arrivare anche laddove, per troppo tempo, hanno prevalso omissioni, paure e muri di omertà.

Davide Pelanda, agosto 2026

Questo articolo è stato pubblicato anche sul sito dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, consultabile a questo link.

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Israelizzazione politico culturale e repressione. Il disegno di legge per il contrasto all’antisemitismo.

L’articolo che pubblichiamo è frutto di una ricerca che vuole essere utile al dibattito che si sta svolgendo nei movimenti per la Palestina, e non solo, sul disegno di legge per il contrasto all’antisemitismo.
Approvato il 4 marzo 2026 dal Senato, con il titolo Disposizioni per il contrasto all’antisemitismo e per l’adozione della definizione operativa di antisemitismo, tale disegno di legge sarà probabilmente licenziato a settembre dalla Camera dei deputati.
L’articolo di Maria Teresa Silvestrini, attivista della Scuola per la pace Torino e Piemonte e dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, esplora il percorso che ha portato alla approvazione del testo definitivo. Ne emerge che la adozione per legge della definizione IHRA di antisemitismo rappresenta una forma di israelizzzazione politico culturale in quanto adotta normative derivanti dalla legislazione e dalla hasbara israeliana. Inoltre la repressione dell’“antisemitismo” viene affidata, su proposta del partito di Fratelli d’Italia, alla Strategia nazionale di contrasto all’antisemitismo e al gruppo tecnico di lavoro coordinato dal generale Pasquale Angelosanto, cioè a una sorta di task force che opera in modo discrezionale, senza alcun controllo democratico da parte del Parlamento, e che criminalizza i dissidenti e il mondo islamico come nemico interno.
Nelle conclusioni, si evidenzia come lo scopo del disegno di legge sia anzitutto intimidatorio, in quanto le migliaia di voci a sostegno di libertà e giustizia per il popolo palestinese non possono essere silenziate, anche se l’accusa di antisemitismo potrà essere rivolta contro specifiche organizzazioni o soggetti aggravandone la posizione di fronte alla legge.
Saranno perciò la mobilitazione, la coesione e la forza della società civile, delle/i docenti, dei collettivi, dei giuristi democratici, dei sindacati, a disinnescare le minacce e i veleni dell’hasbara sionista e della repressione, come già accaduto nei modelli vincenti di resistenza che hanno coinvolto i prof. Massimo Sabbatini del liceo Vivona e Salvatore Bullara con altri docenti del liceo Righi di Roma, nonché l’imam di Torino Mohamed Shahin.
La resistenza della Palestina è anche la nostra.

Torino 16 agosto 2026



L’articolo è pubblicato anche sul sito dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, raggiungibile tramite questo link.

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Sovranità come autodeterminazione

Intervista di Cecilia Pelanda, per la laurea triennale in Scienze Internazionali, dello Sviluppo e della Cooperazione, a Rozan Alfarra, ricercatrice palestinese in Sviluppo, Cooperazione e Relazioni internazionali, luglio 2026.

For me, sovereignty means something much deeper than having a flag, an institution, or even a formally recognized state. As Palestinians, we have lived for generations without the ability to fully control our land, our movement, our resources, our borders, and often even our own bodies and futures. We grow up learning that almost every aspect of life can be restricted, monitored, bombed, occupied, or taken away. This creates a constant feeling that your life is never fully yours.

After witnessing repeated aggressions against Gaza throughout the years, and especially after the most recent genocide, with all the destruction and mass killing, it becomes impossible for me to think about sovereignty only in abstract political terms. I think about it in human terms. I think about children who should have grown up safely but instead learned the sound of drones before learning many ordinary things about life. I think about families erased entirely, homes reduced to rubble, universities destroyed, memories buried under ruins, and people forced to spend every day searching for water, food, medicine, or the names of their loved ones among the dead.

What hurts most is not only the violence itself, but the feeling that Palestinians are continuously denied the right to simply live normally. We are constantly forced into survival mode. Even our grief is interrupted by fear. Even joy feels temporary because we know how quickly everything can disappear again. Sovereignty, to me, would mean finally being able to live without this permanent instability and fear imposed on us.

I imagine a future Palestine where we are free to move across our own land without checkpoints, siege, walls, or occupation soldiers deciding where we can go and who we can become. I imagine Palestinians in Gaza, the West Bank, Jerusalem, and the diaspora being connected again instead of fragmented from one another. I imagine a future where our children inherit opportunities instead of trauma.

For me, sovereignty also means recovering dignity. It means that Palestinians are no longer treated as people whose existence must constantly be justified. It means being able to tell our own stories in our own voices, instead of always seeing others speak for us or reduce us either to numbers or political abstractions. We are human beings with memories, culture, dreams, contradictions, love, and pain. We want what every people wants: safety, freedom, stability, and the ability to shape our own future.

At the same time, I believe liberation must also exist inside our society, not only against occupation. This is why movements such as Tal’at are important to me. Palestinian women have always participated in resistance and survival, but feminist voices remind us that there can be no truly free homeland if women themselves are not fully free, protected, and equal. A liberated Palestine should also be a place where people are able to live with dignity socially, politically, and personally.

Despite everything, Palestinians continue to hold onto life with extraordinary strength. Even after immense destruction, people still try to study, write, create art, care for one another, celebrate small moments, and imagine a future. I think this is also part of sovereignty: the refusal to disappear. The refusal to allow occupation and violence to define the entirety of who we are.

Ultimately, when I think about the future of Palestine, I do not imagine domination over anyone else. I imagine the end of domination over us. I imagine a future where Palestinians can finally exist freely on their land, govern themselves independently, protect their memories and culture, and live ordinary lives without occupation, siege, fear, or constant loss. That, to me, would be true sovereignty.


Traduzione

Per me, sovranità significa qualcosa di molto più profondo di avere una bandiera, un’istituzione o persino uno Stato formalmente riconosciuto. Come palestinesi, abbiamo vissuto da generazioni senza il pieno controllo sulla nostra terra, sui nostri spostamenti, sulle nostre risorse, sui nostri confini e, spesso, nemmeno sui nostri corpi e sul nostro futuro. Cresciamo imparando che quasi ogni aspetto della vita può essere limitato, sorvegliato, bombardato, occupato o sottratto. Questo genera la costante sensazione che la tua vita non sia mai interamente tua.

Dopo essere stata testimone, nel corso degli anni, delle ripetute aggressioni contro Gaza, e in particolare dopo il più recente genocidio, con tutta la distruzione e le uccisioni di massa, è diventato impossibile per me pensare alla sovranità solo in astratti termini politici. Penso ad essa in termini umani. Penso ai bambini che avrebbero dovuto crescere in sicurezza e che invece hanno imparato a riconoscere il rumore dei droni prima ancora di apprendere molte cose comuni della vita. Penso a famiglie interamente cancellate, case ridotte in macerie, università distrutte, memorie sepolte sotto le rovine e persone costrette a trascorrere ogni giorno alla ricerca di acqua, cibo, medicine o dei nomi dei propri cari tra i morti.

Ciò che fa più male non è solo la violenza in sé, ma il sentimento che ai palestinesi venga costantemente negato il diritto di vivere semplicemente una vita normale. Siamo costantemente costretti a vivere in una modalità di pura sopravvivenza. Persino il nostro dolore viene interrotto dalla paura. Sentiamo effimera anche la gioia, perché sappiamo con quanta rapidità possa svanire di nuovo. Per me, sovranità significherebbe poter finalmente vivere senza queste instabilità e paura che ci vengono imposte.

Immagino una Palestina futura in cui siamo liberi di muoverci nella nostra terra senza posti di blocco, assedi, muri o soldati dell’occupazione che decidono dove possiamo andare e chi possiamo diventare. Immagino i palestinesi di Gaza, della Cisgiordania, di Gerusalemme e della diaspora nuovamente connessi tra loro, invece che separati gli uni dagli altri. Immagino un futuro in cui i nostri figli ereditino opportunità invece di traumi.

Per me, sovranità significa anche riconquistare dignità. Significa che i palestinesi non vengano più trattati come persone la cui esistenza debba essere costantemente giustificata. Significa poter raccontare le nostre storie con la nostra voce, invece di vedere sempre altri parlare per noi o ridurci a semplici numeri o ad astrazioni politiche. Siamo esseri umani con memorie, cultura, sogni, contraddizioni, amore e dolore. Vogliamo ciò che ogni popolo desidera: sicurezza, libertà, stabilità e la possibilità di plasmare il nostro futuro.

Allo stesso tempo, credo che la liberazione debba avvenire anche all’interno della nostra società, non solo contro l’occupazione. Ecco perché movimenti come Tal’at sono importanti per me. Le donne palestinesi hanno sempre partecipato alla resistenza e alla lotta per la sopravvivenza, ma le voci femministe ci ricordano che non può esserci una patria veramente libera se le donne stesse non sono pienamente libere, protette e in condizioni di parità. Una Palestina liberata dovrebbe essere anche un luogo in cui le persone possano vivere con dignità, sul piano sociale, politico e personale.

Nonostante tutto, i palestinesi continuano ad aggrapparsi alla vita con una forza straordinaria. Anche dopo immense distruzioni, le persone cercano ancora di studiare, scrivere, creare arte, prendersi cura l’una dell’altra, festeggiare piccole occasioni e immaginare un futuro. Credo che anche questo sia parte della sovranità: il rifiuto di scomparire. Il rifiuto di permettere all’occupazione e alla violenza di definire interamente ciò che siamo.

In definitiva, quando penso al futuro della Palestina, non immagino il dominio su nessun altro. Immagino la fine del dominio su di noi. Immagino un futuro in cui i palestinesi possano finalmente esistere liberamente sulla propria terra, autogovernarsi in modo indipendente, proteggere le proprie memorie e la propria cultura e vivere vite normali, senza occupazione, assedio, paura o perdite costanti. Per me, questa sarebbe vera sovranità.



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FACCIAMO PACE?

Pubblichiamo l’introduzione di Barbara Strambaci ai disegni prodotti da allieve e allievi di alcune scuole primarie per il progetto Un ponte tra Gaza e Torino, auspicando che le riflessioni espresse sulla capacità di bambine e bambini di “fare pace” siano di ispirazione per le comunità educanti.


FACCIAMO PACE?

Il biologo evoluzionista Edward Osborne Wilson, nel suo saggio intitolato “Il significato dell’esistenza umana”, spiega come l’intelligenza sociale sia quel tratto genetico dell’Homo sapiens che lo ha posto in una condizione di vantaggio evolutivo.

In parole semplici: siamo predisposti geneticamente alla socializzazione, alla condivisione e alla suddivisione dei ruoli. Il problema è che tale tratto innato non è istintivo: di conseguenza necessita sia di “allenamento” sociale sia di condizioni ambientali favorevoli affinché si manifesti.
La capacità dei bambini di “fare pace” dopo un litigio, trovando soluzioni o semplicemente superando il conflitto spontaneamente, sembrerebbe avvalorare la ricerca scientifica sulla predisposizione genetica alla socializzazione: senza troppi costrutti mentali, i bambini cercano la strada per stare bene insieme e la trovano!
Lo sanno bene le bambine e i bambini della scuola dell’infanzia E15 di Torino e lo esprimono attraverso i loro disegni: “Noi piccoli litighiamo, ma sappiamo fare pace!” E la pace loro la sanno fare chiedendo scusa, dando un bacio, ricominciando a giocare insieme, creando relazioni. Così facendo, sviluppano quelle abilità prosociali come la gentilezza e la compassione che stanno alla base delle relazioni.
In contrapposizione, osservando il mondo degli adulti, i bambini avvertono che il conflitto “i grandi” non lo sanno più gestire, che sfugge dalle loro mani fino a trasformarsi in guerra. Carim, spiegando il suo disegno, dice: “Due persone che litigano, una sta scappando e così non riescono a far pace”. Davanti al conflitto si scappa e il mondo assume una tonalità sempre più grigia, dove ognuno rimane arroccato sulle proprie posizioni, isolato, non dando la possibilità alla predisposizione genetica socializzante di manifestarsi.
E ancora Cugad racconta il suo disegno:” I miei amici in Ucraina che stanno giocando, ma il carrarmato si avvicina alla casa, poi spara e non riescono a fare la pace!” La guerra entra nelle vite dei bambini, le lacera, le allontana dalla possibilità di una società fondata sul rispetto reciproco, sull’ascolto dell’altro nelle diversità. La guerra sottrae alla vita la vita stessa, quella scritta nel nostro DNA.
Se educare (ex-ducere) significa “tirare fuori”, sono fermamente convinta che il compito della comunità educante sia proprio quello di dare la possibilità ai bambini di esprimere i tratti innati della socializzazione, dando ampio spazio alla relazione e alla risoluzione nonviolenta dei conflitti.
A Gaza i bambini sono le principali vittime dell’orrore che si sta compiendo e che per molti adulti, da questa altra parte del mondo, è vergognosamente ridotto a una questione aristotelica di classificazione terminologica.
“Nello specchio di Gaza”, la comunità educante dovrebbe sentire doveroso e impellente il richiamo alla salvezza dell’umanità proprio attraverso i bambini… che la pace la sanno fare.
Barbara Strambaci





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Gaza: l’orrore si fa ancora più acuto – Progetto Campo Orfani

A Gaza, nel quasi totale silenzio dei media maistream, si sono intensificati gli attacchi e la situazione è peggio che mai perché la destra di Smotrich, Katz e i coloni intendono impadronirsi di Gaza e ricolonizzarla al più presto espellendo (o estinguendo) i palestinesi. I messaggi che riceviamo quotidianamente dalle/i gazawi attraverso il Comitato Un Aiuto per la Palestina ci dicono che bombardamenti e spari sono costanti. Mai avevamo ricevuto così tante notizie di uccisioni come in questi giorni. Dal piccolo “osservatorio” delle 40 famiglie sostenute dal Comitato giungono immagini di bambini uccisi, bambini rimasti orfani, alcuni del tutto soli. Tanti perdono amici e vicini. Alcuni scrivono di sentirsi vivi per caso, altri non rispondono al cellulare. Le condizioni di vita sono insostenibili, con un caldo a 42°, pochissima acqua, insetti, topi, malattie. Circola voce, a Gaza, che gli israeliani hanno dichiarato sui loro media di avere individuato 2000 “target” da colpire. Le persone sono spaventate, ma cercano (ancora) di agire. Mosbah continua a distribuire acqua sotto le bombe e Yousef a curare la scuola Il futuro nelle mani dei piccoli, che ha sospeso le lezioni, ma tiene attività estive. Chiedono di parlare di loro, di diffondere le loro foto e messaggi per rompere il silenzio e pretendere giustizia (in allegato tre foto ricevute), di sostenere i loro progetti.

In questo periodo le voci delle piazze si sono affievolite, ma le nostre coscienze sono lucide e vive e continuano a interrogarci su quello che possiamo fare. Come SPP ci siamo impegnati a sostenere il progetto del Campo Orfani Gaza Nord proposto da Mosbah, e qui allegato, invitando caldamente tutt* a contribuire con una donazione anche piccola.

Satispay

Bonifico bancario. Iban: IT76A0883301003000000013283 – Destinatario: Un aiuto per la Palestina – Causale: Campo Orfani Gaza

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WORLD CAFÈ. COSA POSSO FARE CONCRETAMENTE PER ANDARE VERSO LA PACE.

Il 21 giugno abbiamo partecipato in molte/i, circa 30 persone, in un ambiente accogliente, sereno e dialogico, nell’area Caselli di Chieri, al World Cafè. Cosa posso fare concretamente per andare verso la pace.
Di noi, Scuola per la pace, eravamo presenti Rossella Offredo e la scrivente.
Si è da subito creato un clima accogliente, fatto di persone appartenenti alle realtà più varie: associazioni, giovani, qualcuno del Sereno Regis, gruppi di volontariato, singole/i, qualche giovane di Fridays e di Extinction Rebellion…
Ci siamo organizzati in sei tavoli, quelli indicati nella locandina, io sono stata una oste/facilitatrice, quindi sempre presente al tavolo Educare alla nonviolenza.
I partecipanti ruotavano dopo circa 30 minuti e potevano scegliere di partecipare al tavolo che maggiormente interessava loro.
Presso ogni tavolo ci si interrogava a partire da tre domande, spesso poi riunite negli interventi delle/i partecipanti: conosco strumenti per portare pace e nonviolenza? Quali conoscenze, contatti, metodi possiedo al riguardo? Che cosa mi interesserebbe approfondire e come?
Per la ricchezza e varietà degli interventi e delle/i partecipanti, non riesco a riportare nel dettaglio i contenuti, ma sottolineo alcuni elementi emersi.
Ad esempio, come questa educazione e pratiche partano da noi stesse/i e abbiamo perciò bisogno di formarci in questo senso.
Il bisogno di fare rete fra realtà diverse: è stata molto apprezzata SPP, ma anche i gruppi di narrazione (Pedagogia dei genitori, che non riguarda soltanto i genitori, ma tutti/e gli/le adulte/i e le persone in continua crescita e formazione), l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, la medicina narrativa, l’arte applicata da un punto di vista antropologico, tecniche e metodologie varie…
Sono state sottolineate soprattutto l’importanza e la necessità del rapporto e della collaborazione intergenerazionale: nei movimenti, a scuola, nelle iniziative.
L’esperienza di ieri è stata un ottimo esempio in questo senso.
Verrà poi fatta una sintesi di quanto emerso da parte degli organizzatori e quando la riceverò, la condividerò.
Per me, per noi, credo sia importante mantenere rapporti e scambi con questo tipo di realtà ed esperienze, se vogliamo comunicare, condividere, essere efficaci nelle nostre azioni e, cosa detta nell’incontro, non restare chiuse/i nella nostra bolla.

Chiara Giacometti

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Poesie da Gaza – Disegni per Gaza

Nella nostra scuola, l’IC Matteotti Pellico, a partire del mese di ottobre abbiamo lavorato sulla situazione della Palestina in una classe seconda e in tre classi terze. Nella classe seconda abbiamo individuato, per sommi capi, dei prerequisiti storici e politici e dei concetti fondamentali (Nakba, scolasticidio, Sumud), studiando e interpretando graficamente, con lavori di gruppo, i versi di due poeti palestinesi (in allegato).
Nelle classi terze (tre sezioni) si è invece lavorato sulla rielaborazione grafico/pittorica delle opere figurative di alcuni artisti palestinesi e di alcuni writers.
Alla fine del percorso abbiamo realizzato un video, pubblicato sul sito della scuola, che documenta la recitazione corale delle poesie e le varie fasi dei procedimenti relativi alla realizzazione dei lavori, esposti in seguito al Polo Culturale Lombroso16.
La partecipazione degli studenti è stata altissima, si sono mostrati interessati, collaborativi ed empatici. Ha giocato a nostro favore la concomitanza del progetto con il viaggio della prima Flotilla, percepito dai miei piccoli studenti come una sorta di galvanizzatore – quasi epico/mitopoietico – di una idea universale di giustizia, resistenza e libertà.

La docente Silvia Mondino @RTINSIDE scuola MATTEOTTI PELLICO     

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“Un ponte tra Gaza e Torino”: progetto della Scuola Primaria P. Gemelli e della Scuola Secondaria di primo grado Pola

Premessa
Il progetto “Un ponte tra Gaza e Torino” è nato all’interno del nostro Istituto come esperienza di continuità didattica tra la Scuola Primaria P. Gemelli e la Scuola Secondaria di primo grado Pola. L’iniziativa ha coinvolto alunni e docenti in un percorso di ascolto, conoscenza e riflessione volto ad avvicinare due realtà geograficamente lontane ma accomunate dal desiderio di comunicare, condividere esperienze e costruire relazioni attraverso la cultura.

Obiettivi
Il progetto si è proposto di:
· promuovere la conoscenza della realtà della Striscia di Gaza attraverso testimonianze dirette, racconti e attività artistiche;
· favorire il dialogo interculturale e la comprensione reciproca;
· sviluppare competenze espressive, musicali, artistiche e linguistiche;
· rafforzare la collaborazione tra scuola primaria e scuola secondaria;
· educare all’empatia, alla solidarietà e alla cittadinanza globale.
Il percorso musicale: le ninne nanne come linguaggio universale
Uno dei momenti più significativi del progetto è stato l’ascolto di alcuni video provenienti dalla Striscia di Gaza. In particolare, l’attenzione si è concentrata sulle ninne nanne cantate da Nada, figura alla quale è dedicata la mostra conclusiva.
Gli alunni hanno ascoltato le melodie, tradotto i testi e approfondito il significato dei brani. È emerso come le parole delle ninne nanne palestinesi risultassero spesso particolarmente rassicuranti e dolci, mentre le melodie presentavano sorprendenti somiglianze con quelle della tradizione italiana. Questa esperienza ha permesso di comprendere come la musica possa rappresentare un linguaggio universale capace di unire persone appartenenti a culture diverse.
Grazie alla collaborazione di alcune mamme arabe della scuola, gli alunni hanno inoltre studiato, interpretato e musicato ninne nanne della tradizione italiana. Le registrazioni realizzate sono state inviate a Gaza come segno di vicinanza e condivisione.
Ricevere messaggi di ringraziamento e risposte da persone che vivono una situazione di grande difficoltà ha rappresentato un momento di forte coinvolgimento emotivo per tutti i partecipanti. Particolarmente significativo è stato lo scambio nato intorno alla canzone Atuna Tufuli: dopo l’invio della registrazione realizzata dagli studenti, è stato ricevuto un video in cui i bambini palestinesi cantavano accompagnati dalla nostra esecuzione. Questo episodio ha reso concreto il senso del progetto, facendo percepire come la musica possa accorciare le distanze e creare autentici legami tra persone lontane.
La realizzazione del fumetto
Un’altra importante attività è stata la creazione di un fumetto realizzato in collaborazione tra scuola primaria e scuola secondaria. Gli alunni delle classi quinte della primaria hanno curato la parte grafica attraverso la realizzazione dei disegni, mentre gli studenti della secondaria hanno elaborato i testi e la narrazione.
Il fumetto è stato concepito come un ponte simbolico tra Torino e Gaza. Attraverso immagini e parole sono stati messi a confronto alcuni aspetti della vita quotidiana nelle due realtà: il risveglio, la scuola, il cibo, i giochi, le forme di comunicazione e la musica.
Il racconto si conclude con il canto condiviso di Atuna Tufuli, simbolo dell’incontro tra culture diverse e dell’esperienza di dialogo costruita durante il progetto.
Il percorso di lettura: “Contro corrente. Storia di una pescatrice di Gaza”
Un’altra tappa fondamentale del percorso è stata la lettura del libro Contro corrente. Storia di una pescatrice di Gaza, che ha offerto agli studenti l’opportunità di conoscere una realtà lontana attraverso la narrazione.
L’opera, scritta dalla scrittrice giordano-palestinese Taghreed Najjar, racconta la storia di Yusra, una ragazza della Striscia di Gaza che sceglie di diventare pescatrice, sfidando stereotipi e pregiudizi legati ai ruoli tradizionalmente attribuiti alle donne.
Durante il lavoro in classe gli studenti hanno scoperto che la protagonista è ispirata a una persona reale: Madleen Kulab, giovane pescatrice palestinese. La visione di una video-intervista in cui Madleen racconta la propria esperienza ha permesso di approfondire temi quali il rapporto con il mare, le difficoltà della vita quotidiana a Gaza, il sostegno alla famiglia e il coraggio necessario per seguire le proprie aspirazioni.
L’ascolto diretto della sua testimonianza ha contribuito a rendere la storia più concreta e vicina, favorendo una maggiore comprensione del contesto descritto nel libro.
Attività artistiche e scrittura creativa
La lettura del romanzo ha rappresentato il punto di partenza per numerose attività espressive. Le immagini evocate dal racconto – il mare, le barche, le reti da pesca, il porto, la fatica e la determinazione della protagonista – hanno ispirato la realizzazione di elaborati artistici personali.
Successivamente gli studenti si sono dedicati alla scrittura creativa, producendo filastrocche, testi in rima e brevi componimenti ispirati alla storia. Attraverso queste attività hanno rielaborato i contenuti del libro secondo il proprio punto di vista, esprimendo emozioni, riflessioni e considerazioni personali.
Conclusioni
Il progetto “Un ponte tra Gaza e Torino” ha rappresentato un’importante esperienza educativa e umana. Attraverso la musica, la lettura, l’arte e la scrittura, gli studenti hanno avuto l’opportunità di conoscere una realtà diversa dalla propria, sviluppando sensibilità, capacità di ascolto, spirito critico e consapevolezza interculturale.
Le attività svolte hanno dimostrato come la cultura possa diventare uno strumento di dialogo e di incontro, capace di costruire ponti anche in contesti segnati da difficoltà, conflitti e divisioni. La mostra conclusiva raccoglie il percorso realizzato e testimonia l’impegno degli alunni nel costruire, attraverso creatività e condivisione, un simbolico ma significativo ponte tra Gaza e Torino.
L’esperienza maturata durante il progetto avrà inoltre una prosecuzione nel percorso conclusivo di alcune alunne della scuola secondaria, che presenteranno in sede d’esame un approfondimento dedicato alle ninne nanne come strumento di dialogo interculturale e al tema dell’incontro tra popoli, evidenziato nel lavoro svolto attraverso il fumetto collaborativo tra primaria e secondaria.
Nel corso della loro esposizione, le studentesse rifletteranno anche sui principi sanciti dal diritto internazionale e sui diritti fondamentali dell’infanzia e delle popolazioni civili, analizzando le violazioni che interessano il popolo palestinese e altre popolazioni coinvolte in contesti di guerra e crisi umanitarie. L’obiettivo sarà quello di promuovere una maggiore consapevolezza sui temi della pace, della tutela dei diritti umani, della solidarietà internazionale e della responsabilità collettiva nella costruzione di una società più giusta e inclusiva.
La docente Roberta Schiavello
Torino, 16 giugno 2026

















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