Il Giorno della Memoria all’IC Sibilla Aleramo

Condivido con voi come ho affrontato il giorno della memoria nella mia classe quinta scuola primaria.
Al mattino abbiamo presentato le leggi razziali attraverso la visione alla LIM di fonti storiche. Abbiamo presentato tutte le categorie discriminate e soggette a persecuzione.
Dopo aver discusso ampiamente anche sul concetto di razza abbiamo proposto un gioco di ruolo: tutti i bambini si sono disposti in riga e ad ognuno abbiamo consegnato un foglietto con un’ identità ( breve descrizione e simbolo tipo stella di David e i vari triangoli). A quel punto abbiamo posto domande progressive sulla perdita di determinati diritti. Ad ogni giro di domande chi perdeva un diritto rimaneva fermo chi lo manteneva faceva un passo avanti. Alla fine sono arrivati con tutti i diritti conservati solo gli ariani.
Ho chiesto loro come si fossero sentiti e se chi andava avanti avesse mai pensato a chi i diritti li aveva persi. Sono emerse interessanti osservazioni specialmente sull’indifferenza, e sulla paura. Però ciò che mi ha fatto venire i mjbrividi é stata un’alunna che, al termine dell’attività, mentre stavamo ritirando i foglietti con le identità, mi ha detto: “Maestra per favore, buttali via, non voglio più vederli”. Il gioco di ruolo le ha fatto vivere la discriminazione sulla pelle e l’ha sentita tutta. Nell’emozione mi sono detta: obiettivo raggiunto.

Nel pomeriggio ho fatto chiarezza sui termini Shoah, olocausto e genocidio presentando poi Primo Levi che già un po’ ricordavano dallo scorso anno.

Leggendo la poesia mi sono soffermata sul monito “perché mai più accada” e facendo vedere come invece sia accaduto, riferendomi ai genocidi passati e a quello in corso a Gaza, riportando i riferimenti ai vari tribunali internazionali e alla commissione ONU per GAZA.
Alla fine su un testo poetico di YAHYA (ragazzo palestinese con cui il Comitato Un aiuto per la Palestina ha i contatti) ho lasciato che ognuno esprimesse le proprie emozioni e i pensieri con la tecnica del caviardage (metodo di scrittura poetica). Vi mando qualche pensiero e un paio di caviardage quasi terminati.

Tra le frasi scritte dalle/gli studenti:
“Sono sopravvissuto e sono poesia”.
“Sofia: Sopravvissuto… forse…dopo tutti i genocidi, un giorno vivrò con delle rose in mano e con una speranza di respirare meglio. Vivrò… vivrò…una bella giornata di pace”.
“David: quando avrò conoscenza della storia vivrò con più aria fresca”
E tanti altri …
Barbara Strambaci

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Il Giorno della Memoria all’IPSEOA G. Pastore di Varallo Sesia

Mercoledì 28 gennaio la classe seconda A dell’IPSEOA “G. Pastore” (sede di Varallo) ha conosciuto Gianmarco Pisa, peacekeeper civile professionista e segretario nazionale dell’Istituto Italiano di Ricerca per la Pace-Corpi Civili di Pace (IPRI-CCP). [continua]

Il suo intervento, condotto parzialmente in forma laboratoriale, si è concentrato sui temi della pace, della cooperazione e della nonviolenza, con specifico riferimento alle misure di impegno e di ricerca-azione per corpi civili di pace finalizzati alla trasformazione costruttiva dei conflitti. L’incontro è stato pensato anche a partire dai contenuti del suo libro, fresco di stampa, intitolato Più eterno del bronzo. Educazione alla cultura e semantica del monumento. L’orizzonte della cultura come prospettiva di costruzione della pace. Si è trattato di un momento didattico trasversale a diverse discipline – storia, geografia, diritto, arte – in grado di dare un’ampia prospettiva educativa e stimolare riflessioni cui, nel complesso, la classe non si è sottratta.

La mattina precedente, in occasione dell’anniversario della liberazione di Auschwitz da parte dell’Armata Rossa e del Giorno della Memoria, nella stessa classe c’era stato un intervento della docente di storia e di un collega di sostegno sul significato della ricorrenza. A oltre ottant’anni dalla Shoah, commemorazione e memoria dovrebbero legarsi sempre di più a un’adeguata conoscenza storica. E così, dopo una rapida lettura del testo di legge che nel 2000 istituì in Italia il Giorno della Memoria, studenti e studentesse sono stati/e invitati/e a riflettere sulle politiche di sterminio naziste e fasciste contro la popolazione ebraica europea, i prigionieri di guerra sovietici, i polacchi non ebrei, i rom, i civili serbi massacrati dalle autorità ustascia, le persone con disabilità, gli oppositori e i dissidenti politici, i “criminali professionisti” e gli “asociali”, i Testimoni di Geova, gli omosessuali e i bisessuali, e contro le persone con la pelle nera. Lo slogan Never again associato alla Shoah è stato chiamato in causa perché venga inteso come lezione universale per tutta l’umanità. Questo passaggio ha portato a citare la recente risoluzione dell’International Association of Genocide Scholars (IAGS), secondo cui Israele sta commettendo un genocidio a Gaza. La lezione si è conclusa con la proiezione dell’importante intervista rilasciata da Primo Levi alla Rai il 25 gennaio 1975 e consigliata fra le proposte didattiche dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università e dalla Scuola per la pace per il Giorno della Memoria 2026.

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Comunicato di Scuola per la Pace sul corteo del 31 Gennaio a Torino

La Scuola per la pace sulla manifestazione del 31 gennaio

La Scuola per la pace ha aderito e partecipato alla manifestazione di Torino del 31 gennaio 2026, convocata dal centro sociale Askatasuna, perché l’esistenza degli spazi sociali è essenziale per il nostro lavoro di docenti e la nostra vita di cittadine e cittadini.
Ricordiamo che nel giorno nefasto di “sgombero” di Askatasuna sono state chiuse d’imperio tre scuole, i cui spazi sono stati militarizzati per oltre un mese e mezzo insieme con l’intero quartiere.
La stessa Scuola per la pace è uno spazio sociale creativo e alternativo di produzione di pensiero, cultura e relazioni che promuove momenti di incontro e confronto con diverse realtà, in un contesto generale in cui la frammentazione e l’individualizzazione minano alle radici la coesione e la solidarietà sociale con il rischio di annientare ogni pensiero critico e dissenziente.
Siamo dunque scesi in piazza per rivendicare le nostre pratiche democratiche e la nostra libertà costituzionale di insegnamento, fortemente minacciate da misure come le ispezioni nelle scuole e le circolari che tentano di silenziare il dibattito.
Siamo scesi in piazza perché crediamo che la scuola debba essere un luogo di apprendimento critico e civico, non un’azienda che produce sudditi obbedienti.
Siamo scesi in piazza per solidarizzare con gli studenti minorenni, per quasi un mese agli arresti per essersi opposti alla propaganda di messaggi razzisti presso la loro scuola.
Siamo scesi in piazza contro la guerra europea e la corsa agli armamenti che governanti irresponsabili prospettano come unica soluzione alla crisi e al declino del capitalismo occidentale.
Siamo scesi in piazza per la Palestina, contro un genocidio che consideriamo un abominevole attentato a ogni etica e politica di giustizia.
Siamo scesi in piazza per dire a gran voce che la narrazione di gran parte della classe dirigente, e dei suoi megafoni mediatici, non è la nostra, che noi sappiamo da che parte stare: quella della giustizia sociale, dell’antifascismo, della pace, della libertà di pensiero, parola e opinione, della cura delle relazioni e della natura, del rispetto e dell’amore per il vivente.
La pratica dello scontro con le Forze dell’Ordine, con cui si è concluso il corteo, non ci appartiene: la nostra pratica politica è nonviolenta. E così sono il nostro impegno di docenti e il nostro insegnamento quotidiano attraverso le molte attività di educazione alla pace che da tre anni e mezzo portiamo avanti nelle scuole.
Rigettiamo il tentativo di polarizzare il discorso pubblico e politico strumentalizzando quell’episodio per screditare l’enorme corteo, pacifico e determinato, con il fine di giungere all’inasprimento delle misure di ordine pubblico che già i decreti sicurezza e la legge di contrasto all’antisemitismo stanno predisponendo, per silenziare il dissenso verso un governo guerrafondaio che investe in armi invece che in welfare, che progetta opere inutili come il ponte sullo stretto invece di mettere in sicurezza i territori, che si schiera dalla parte del genocidio, che vuole il controllo sulla magistratura, che prospetta di smantellare i principi costituzionali della Repubblica attraverso l’instaurazione di uno stato di polizia.
In questi giorni molte voci si stanno levando per smascherare la verità dei fatti.
A queste voci aggiungiamo la nostra: invitiamo le/i docenti a non lasciarsi intimidire, a partecipare alle prossime manifestazioni, a continuare a educare ai valori democratici del rispetto e della libertà di espressione, a costruire insieme un grande movimento di resistenza a guerre, repressione e autoritarismo.

La Scuola per la pace Torino e Piemonte

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Contro la pedagogia della repressione e per la libertà di dissenso

Il filosofo Gentile, non rimpianto padre della scuola classista italiana, rivendicò le azioni omicide delle squadracce fasciste parlando di “filosofia del manganello”.

Più prosaicamente, la presidente Meloni ha inaugurato una “pedagogia della repressione” – praticata con manganellate, lacrimogeni, carcere e misure cautelari – con cui sta “educando” cittadine e cittadini, in particolare di origine straniera, e minorenni delle nostre scuole, a stare al loro posto e non disturbare il governo.

Dopo le straordinarie mobilitazioni dell’autunno contro il genocidio della popolazione palestinese, la repressione ordinata dal ministro dell’interno e fatta propria dalla procura torinese sta mietendo quotidianamente vittime.

Il tentativo di espulsione dell’imam Shahin, gli arresti degli e delle animatrici delle reti di solidarietà con la Palestina, lo sgombero di Askatasuna con la militarizzazione del quartiere e infine l’arresto di sei studenti minorenni delle scuole torinesi sono tasselli di un unico piano repressivo.

Si tratta di mostrare alle persone senza potere che non possono permettersi di avere un’opinione politica né di esprimerla, tantomeno con le loro azioni.

Forme di castigo intimidatorie applicate a giovani che rifiutano la propaganda fascista e razzista e manifestano per la liberazione del popolo palestinese e contro le guerre vogliono insegnare che del diritto internazionale, dei diritti di cittadinanza e della stessa Costituzione si può “fare strame”.

Noi, che viviamo ogni giorno il mondo della scuola, così colpito nella nostra città, non abbiamo intenzione di restare a guardare: per questo siamo a fianco di tutte le persone che generosamente cercano di fare del mondo un luogo meno ingiusto e spietato di quanto oggi sia diventato.

Il potere che esibisce poliziotti e carabinieri nelle strade, commina multe salate per le manifestazioni d’autunno, sottopone giovani minorenni a misure detentive come strumenti di controllo del territorio mostra infatti di temere il dissenso e si preoccupa principalmente di soffocare e silenziare le voci critiche. Come avviene nello scenario internazionale, così sul piano locale poteri ormai privi della forza della ragione colpiscono chi si oppone dispiegando la cruda ragione della forza.

Per questo invitiamo lavoratrici, lavoratori, studenti, cittadine/i a organizzarsi ed esprimersi contro le politiche repressive messe in atto dal governo e da una parte della magistratura e delle forze dell’ordine. Sollecitiamo la convergenza di tutte le realtà sindacali che non si piegano e dell’associazionismo democratico e progressista.

Raccogliamo l’invito della grande assemblea, con partecipazioni da ogni parte d’Italia, tenuta al Campus Einaudi di Torino il 17 gennaio scorso per per lanciare un segnale chiaro e fermo contro ogni deriva antidemocratica e contro le politiche di guerra.

Continuando il nostro impegno nella costruzione di una partecipazione attiva nei luoghi di lavoro e nelle scuole, vogliamo contribuire al successo della manifestazione nazionale contro la repressione che si terrà a Torino il 31 gennaio. Iniziamo un percorso di netto rifiuto delle politiche governative: respingere la pedagogia della repressione e chiedere la liberazione dei giovani impegnati nelle lotte per la Palestina e nelle lotte sociali è un atto civile necessario per evitare che si compia una svolta liberticida e reazionaria, di cui percepiamo le nere avvisaglie.

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Alla scuola non servono i manganelli

A fine ottobre, davanti ad un liceo torinese, un volantinaggio di gruppi giovanili di partiti di destra, scortato da un esagerato dispiegamento di forze dell’ordine, ha causato caos e tensione tra gli studenti e le studentesse che stavano entrando a scuola, generando una situazione che ha portato verso il fermo di uno studente minorenne ed in seguito a misure cautelari per altri studenti precedentemente, fortunatamente ora revocate.

L’episodio non è isolato: nelle settimane precedenti eventi analoghi si erano verificati davanti al Primo Liceo Artistico, contenuti grazie all’azione di alcuni docenti che sono riusciti a tutelare gli allevi dalle provocazioni scaturite dal volantinaggio. Con l’inizio del nuovo anno scolastico abbiamo potuto registrare altri episodi analoghi, sia davanti al Liceo Giordano Bruno che davanti all’istituto Sommeiller: in entrambi i casi i volantinaggi sono avvenuti sotto la scorta della Digos e di camionette di polizia.

Come docenti e come genitori siamo preoccupati per questa modalità operativa che trasforma l’ingresso negli istituti scolastici in un momento di tensione e pericolo. Per questo motivo abbiamo deciso di accogliere e rilanciare le proposte avanzte da numerosi colleghi del Primo Liceo Artistico a cui hanno fatto seguito quelle dei docenti del Liceo Giordano Bruno, attraverso un appello per una scuola solidale ed aperta al multiculturalismo, in grado di contrastare la propaganda di contenuti a sfondo razzista e xenofobo attraverso il dialogo, l’analisi e l’approfondimento dei contenuti.

Rilanciamo il ruolo educativo della Scuola che ha il dovere di accompagnare i giovani nel loro percorso di crescita e formazione, utilizzando strumenti basati su collaborazione, rispetto ed ascolto e non sulla repressione ed il controllo.

Sentiamo la necessità di aprire un confronto con tutte le componenti del mondo scolastico per cercare di intraprendere un dialogo con le istituzioni che possa garantire tutela e protezione per i ragazzi e le ragazze delle scuole cittadine.

Intraprendiamo questo percorso con una

ASSEMBLEA PUBBLICA

Giovedì 29 gennaio alle 16

Unione Culturale Franco Antonicelli
Via Cesare Battisti 4, Torino

Per esprimere contrarietà al tentativo di coinvolgimento delle scuole nelle politiche di repressione.

Per sostenere una scuola democratica e inclusiva che continui ad essere esempio di accoglienza e rispetto promuovendo la crescita di una cittadinanza attiva e solidale.

Invitiamo a partecipare i coordinamenti e i collettivi che si occupano di scuola e le realtà antifasciste.

Scuola per la Pace Torino e Piemonte – Assemblea Scuola Torino

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Vi racconto il Venezuela che resiste. Giorgio Monestarolo a colloquio con Geraldina Colotti

[Gia’ pubblicata su La bottega del Barbieri]

Il Venezuela di Rodriguez risponde con la diplomazia e la politica alla violenza dell’Impero. Lottando per la liberazione di Maduro e Cilia Flores.


Geraldina Colotti, giornalista, saggista, direttrice dell’edizione italiana de «Le monde diplomatique», è a Caracas dove segue da vicino la situazione venutasi a creare in seguito all’attacco USA tra il 2 e il 3 gennaio, in spregio di ogni regola del diritto internazionale. Con grande generosità ha accettato di rispondere ad alcune domande sulla crisi.


Come si vive a Caracas, a distanza di una settimana dall’attacco USA e dal sequestro di Maduro e di sua moglie Cilia Flores? Il Paese è spaccato in due o prevale un sentimento patriottico di fronte all’attacco imperialista? Cosa si aspettano o temono i venezuelani?


A Caracas si vive una calma consapevole e profondamente dignitosa. Nonostante lo shock iniziale del bombardamento notturno e l’oltraggio del sequestro del Presidente Maduro e della Primera Combatiente Cilia Flores, la città non è caduta nel caos che Washington sperava. Al contrario, si respira un’atmosfera di resistenza. Il paese non è affatto spaccato in due secondo la narrazione stereotipata dei media occidentali; ciò che prevale è un massiccio sentimento patriottico. Anche settori che potevano avere critiche verso la gestione economica si sono ricompattati attorno alla difesa della sovranità nazionale. I venezuelani si aspettano una prova di forza diplomatica e militare internazionale per il rilascio dei prigionieri, ma temono soprattutto l’escalation coloniale che mira a smantellare le conquiste sociali. La risposta popolare è l’organizzazione: i comitati di difesa e le comuni sono in stato di allerta permanente.


Torniamo sull’attacco. E’ più chiara la dinamica dei fatti? Perché non c’è stata alcuna reazione militare? Come è possibile che aerei ed elicotteri abbiano volato su centri abitati senza che non sia stato sparato un solo colpo per abbatterli? Sono partite le indagini per individuare chi dall’interno abbia passato informazioni o favorito l’attacco USA?


La dinamica dell’attacco rivela un’aggressione bellica sproporzionata, condotta con mezzi modernissimi e letali, compresa una tempesta elettromagnetica per neutralizzare i sistemi antidroni. Non è vero che non ci sia stata reazione: c’è stata una resistenza accanita durata due ore, durante le quali le forze di difesa hanno cercato di respingere l’incursione con ogni mezzo a disposizione. Il bilancio è tragico: si contano almeno cento morti e altrettanti feriti gravi, molti dei quali sono civili colpiti nelle proprie case o nelle strade dei quartieri popolari. Nel Fuerte Tiuna c’è anche un grande complesso di case popolari, Ciudad Tiuna. La tecnologia impiegata dagli Stati Uniti ha annullato i sistemi di difesa venezuelani, ma la battaglia c’è stata ed è stata cruenta. La verità è che il Venezuela ha subito un atto di guerra unilaterale e violento, al quale ha risposto con coraggio pagando un altissimo tributo di sangue. Le indagini sulle eventuali complicità interne saranno necessarie, ma non devono oscurare la realtà di un attacco frontale del Pentagono contro una nazione sovrana e pacifica. Sono state violate tutte le norme del diritto internazionale. Intanto appaiono chiari i tradimenti dei governi di Guyana, Trinidad e Tobago e quello colonizzato di Portorico che hanno aperto gli spazi aerei e quelli marini all’attacco di un paese sovrano e che, come il Venezuela, ha sempre praticato l’interscambio solidale.


Qual era l’obiettivo del raid? Generare un cambio di governo con l’appoggio della destra golpista e delle opposizioni oppure era principalmente teso a sequestrare Maduro per poi ricattare il gruppo dirigente bolivariano?


L’obiettivo del raid non può essere ridotto a una singola opzione, poiché risponde a una strategia multi-livello. Certamente il sequestro di Maduro e Cilia Flores mira a decapitare simbolicamente la rivoluzione per ricattare il gruppo dirigente, cercando di indurre una paralisi decisionale o una resa per sfinimento. Soprattutto, Trump tenta di mettere la mano sulle risorse energetiche del Venezuela. Tuttavia, l’azione serve anche da catalizzatore per la destra golpista interna: l’idea del Pentagono è quella di creare un vuoto di potere immediato che le opposizioni possano riempire, legittimate dal riconoscimento istantaneo di Washington (che, però, non c’è stato: anche Trump ha dovuto riconoscere che Maria Corina Machado non ha consenso nel paese e non può governare). È un tentativo di forzare il “cambio di regime” combinando la forza bruta tecnologica con la pressione politica interna, utilizzando il sequestro come moneta di scambio per smantellare l’architettura istituzionale dello Stato bolivariano.


E’ subito partita quella che tu ed altri avete definito una guerra cognitiva con l’obiettivo di far passare l’attacco per una capitolazione del Venezuela bolivariano. Vuoi spiegare cosa intendi con questo concetto?


Per guerra cognitiva intendo quella forma sofisticata di conflitto che non mira solo a distruggere infrastrutture, ma a occupare e manipolare la mente della popolazione e dell’opinione pubblica mondiale. In questo caso, l’attacco è stato immediatamente seguito da una pioggia di fake news e operazioni di disinformazione volte a far apparire la resistenza della FANB [Forza armata nazionale bolivariana, ndr] e del popolo come una capitolazione. Si vuole indurre un senso di ineluttabilità e di sconfitta, paralizzando la volontà di combattere. La narrazione dell’invincibilità tecnologica statunitense serve a generare rassegnazione, facendo passare un atto di pirateria e un massacro per una operazione di polizia internazionale necessaria e accettata. È il tentativo di vincere la guerra senza dover occupare fisicamente ogni strada, ma occupando l’immaginario collettivo con la paura e la percezione della resa.


Come interpreti la decisioni di Rodriguez di rilasciare un gran numero di detenuti politici, di inviare una delegazione di diplomatici per riaprire le relazioni con gli USA o il comunicato di Pdvsa di avviare trattative per commerciare con gli USA il petrolio, o l’accordo per il rientro della petroliera sequestrata, la Minerva?


Queste decisioni della presidenta incaricata, Delcy Rodríguez non vanno interpretate come un cedimento, ma come una manovra tattica di alta diplomazia in un momento di estrema vulnerabilità. In una situazione di sequestro del vertice dello Stato, il governo bolivariano sta cercando di guadagnare tempo e di disinnescare l’aggressione permanente interna, supportata dall’esterno con il pretesto dei “diritti umani”. Rilasciare politici detenuti o aprire canali su PDVSA e sulla Minerva significa tentare di spostare il conflitto dal terreno puramente bellico, dove la sproporzione tecnologica è evidente, a quello negoziale, per proteggere la stabilità interna e la vita dei sequestrati. È una gestione della crisi che cerca di preservare l’ossatura dello Stato e la continuità del potere bolivariano mentre si riorganizzano le forze. In ogni caso, le risorse del popolo rimarranno nelle mani de popolo come prevede la costituzione.

Come valuti le reazioni politiche di Brasile, Messico e Colombia, cioè dei paesi più minacciati da Trump insieme al Venezuela? Sono in grado questi paesi di coordinare una risposta politica o prevarrà la politica del “divide et impera” di Trump?


Le reazioni di Brasile, Messico e Colombia sono cruciali perché questi paesi comprendono che il Venezuela è il laboratorio di ciò che Trump potrebbe riservare a loro. C’è una volontà di coordinamento, come dimostrato dai contatti tra Lula, Petro e Claudia Sheinbaum, ma la pressione di Washington per applicare il divide et impera è feroce. Trump usa il ricatto commerciale e migratorio per impedire un fronte unico latinoamericano. La capacità di questi paesi di resistere dipenderà da quanto sapranno anteporre la sovranità regionale agli interessi immediati e quanto riusciranno a far pesare la loro importanza economica comune di fronte all’unilateralismo statunitense.


E’ possibile che la strategia di tenuta di Rodriguez sia di cogestire con gli USA la politica petrolifera? E’possibile che la Cina come principale bersaglio di questa operazione accetti la sua esclusione dal Venezuela e in prospettiva dall’America Latina?


È assolutamente da escludere che la strategia sia quella di una co-gestione strutturale nel senso coloniale del termine; il piano che si sta mettendo in marcia è già stato deciso da Maduro in precedenza e prevede di vendere il petrolio a chiunque, ma in condizioni di pari dignità. D’altro canto, le multinazionali Usa, che estraevano petrolio prima che Trump imponesse le “sanzioni”, sono state obbligate ad andarsene dalle decisioni politiche del loro governo. Possono tornare a condizione di rispettare le leggi del lavoro e quelle dell’ambiente, e la costituzione bolivariana. Quanto alla Cina, essa è indubbiamente il bersaglio strategico di lungo termine di questa operazione. Pechino non accetterà facilmente l’esclusione dal Venezuela, che è il suo principale partner energetico e geopolitico nella regione. Tuttavia, la Cina gioca su tempi lunghi e con la diplomazia finanziaria. Se gli Stati Uniti pensano di aver espulso la Cina con un raid notturno, sottovalutano la profondità degli accordi strategici e degli interessi che legano il Venezuela al mondo multipolare, un legame che non si spezza con un atto di forza militare.


Il Venezuela sta affrontando una crisi difficilissima. E’ probabile secondo te che la presidente Rodriguez indica nuove elezioni per blindare politicamente il consenso al gruppo dirigente bolivariano?
È assolutamente da escludere. La presidente “incaricata” assolve solo le necessarie funzioni di governo nell’assenza obbligata del presidente legittimamente eletto, che è stato sequestrato, e che deve tornare a riprendere il suo posto e finire il suo mandato, per cui era stato eletto dalla maggioranza della popolazione l’anno scorso. La priorità assoluta di Delcy Rodríguez è la stabilità dello Stato e la sicurezza nazionale, il consolidamento del potere territoriale attraverso le Comuni e il rafforzamento dell’unione civico-militare. Blindare il consenso oggi significa dimostrare che lo Stato è capace di proteggere il popolo e di mantenere i servizi essenziali nonostante l’aggressione. Il Venezuela ha già effettuato 33 elezioni e tutte le cariche sono già state elette. Era in programma una modifica costituzionale da sottoporre a referendum per rafforzare il potere popolare e consolidare alcune leggi.

Sul medio periodo il problema più grave può derivare dalle conseguenze economiche del blocco e delle sanzioni illegali imposte dagli USA. Come vedi la situazione sul piano delle condizioni di vita, quali risposte nuove può offrire il governo Rodriguez?


Il blocco economico è la prosecuzione dell’attacco militare con altri mezzi, una forma di assedio medievale in epoca tecnologica. Le condizioni di vita sono messe a dura prova, ma il governo bolivariano ha dimostrato una resilienza straordinaria attraverso i CLAP [Comitati locali di autofornitura e produzione, ndr] 1 e i programmi di protezione sociale. Oggi produce oltre il 90 per cento di quel che consuma. Le risposte del governo Rodríguez che, non dimentichiamo è solo “facente funzioni” dovranno proseguire nei programmi già approvati, passare per un’accelerazione dell’economia comunale e una diversificazione delle rotte commerciali verso il blocco dei BRICS, bypassando definitivamente il sistema del dollaro. La sfida è trasformare l’emergenza in un’opportunità per sganciarsi ulteriormente dal modello di dipendenza dalle importazioni e dal petrolio, puntando su una sovranità produttiva reale gestita direttamente dalle organizzazioni popolari.


La rivoluzione bolivariana suscita reazioni molto diverse, anche e soprattutto tra le forze della sinistra sia di matrice riformista sia di matrice socialista e comunista. A Chavez ma soprattutto a Maduro è rimproverato l’alto grado di corruzione tra i dirigenti del partito, l’accentramento del potere nella fugura del leader, lo scarso rispetto per i diritti umani (in Italia il caso Alberto Trentini è usato per definire il governo venezuelano un “regime”), la repressione degli oppositori. Cosa c’è di vero in queste accuse e cosa c’è di strumentale?


In queste accuse bisogna distinguere attentamente tra la realtà di un processo complesso e la strumentalizzazione della guerra cognitiva. La corruzione è un male che il governo stesso denuncia e combatte, spesso eredità delle vecchie strutture della Quarta Repubblica o frutto di infiltrazioni opportuniste che ogni rivoluzione deve epurare. Il governo è frutto della dialettica fra potere costituente e potere costituito, costantemente messo alla prova dalla coscienza e dall’organizzazione popolare, proiettata verso l’autogoverno delle comunas. Per quanto riguarda i diritti umani, il caso che citi o la narrazione del regime sono parte di una campagna internazionale per demonizzare il nemico e giustificare l’aggressione. In Italia si usa la parola regime con troppa facilità, dimenticando che in Venezuela esiste un’opposizione che partecipa alle elezioni e media privati che attaccano apertamente lo Stato. La repressione che denunciano è spesso l’azione legale dello Stato contro atti di terrorismo e tentativi di golpe finanziati dall’estero che in Italia verrebbero puniti con l’ergastolo. Invece, come si vede in queste ore, chi ha compiuto destabilizzazioni e ingerenze, finisce spesso per essere liberato. In Italia, ci sono stati oltre 5.000 prigionieri e prigioniere politiche, quasi tutti condannati all’ergastolo o a lunghe pene. Ci sono compagni al “41 bis da vent’anni” (la tortura bianca) e altri che sono in galera da quaranta. Bisogna evitare di cadere nella trappola di chi usa i diritti umani come grimaldello per imporre il proprio neocolonialismo.


Tu hai sempre guardato con grande participazione alla rivoluzione bolivariana. Per quali motivi, secondo te, al di là delle critiche possibili, l’esperienza venezuelana, ha rinnovato la pratica e la teoria socialista? La rivoluzione chavista ha ancora qualcosa da dire alla sinistra, anche alla sinistra europea?


L’esperienza venezuelana ha rinnovato il socialismo perché ha riportato al centro il concetto di potere popolare non come astrazione, ma come pratica quotidiana nelle Comuni. Ha dimostrato che è possibile coniugare la lotta per la sovranità nazionale con la trasformazione dei rapporti di produzione, mettendo le risorse naturali al servizio della collettività e non delle multinazionali. Al di là delle critiche, la rivoluzione bolivariana ha ridato dignità agli invisibili e ha mostrato che esiste un’alternativa al neoliberismo selvaggio. Alla sinistra europea, spesso ripiegata su posizioni puramente elettoralistiche o subalterna ai dogmi di Bruxelles, o belliciste, il chavismo insegna che la politica è prima di tutto conflitto e organizzazione dal basso, e che la solidarietà internazionale non è un optional ma una necessità vitale. La rivoluzione ha ancora molto da dire: dice che la storia non è finita, che il socialismo è l’unica speranza contro un modello devastante, ma in crisi strutturale, e che la sovranità dei popoli è l’unica base reale per qualsiasi democrazia sostanziale.

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Cinema Palestina. Memorie e immaginari resistenti

Prosegue l’interesse della Scuola per la pace per il cinema palestinese con la

presentazione del libro di
Maria Elena Marabotto Petrelluzzi
“Cinema Palestina. Memorie e immaginari resistenti”,
Agenzia X, Milano 2025

5 febbraio 2026 ore 17.30-19.30
Centro Studi Sereno Regis
Via Garibaldi 13, Torino

Dialogano con l’autrice

  • Laura Ferrero, docente di Antropologia del Medio Oriente, Università di Torino
  • Fabiana Piretti, Ricercatrice Indipendente e Programmatrice per Nazra Palestine Short Film Festival

Introduce Enzo Ferrara, Presidente del Centro Studi Sereno Regis.


I film palestinesi sono interconnessi al contesto storico e politico nel quale si sviluppano e hanno da sempre rappresentato le forme di resistenza alla cancellazione di memorie e di pratiche di una popolazione resa forzatamente diasporica. In questi drammatici mesi è ancora più importante cercare di capire quale ruolo potrebbe avere il cinema nel trasmettere i valori di tale resistenza.
Cinema Palestina | Agenzia X


Maria Elena Marabotto Petrelluzzi, laureata in Storia e critica del cinema e in Antropologia, cultrice della materia e studiosa di culture e società del Medio Oriente presso l’Università di Milano Bicocca, è producer e curatrice editoriale per broadcaster e case di produzione italiane e internazionali.

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Nessuno dei fatti è inventato. Giornata di studio Primo Levi

27 gennaio 2026

Nel Giorno della Memoria 2026 l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università e La scuola per la pace Torino e Piemonte propongono alle/i docenti di dedicare una Giornata di studio a Primo Levi, perché dalla sua cristallina e integra figura di scrittore e testimone abbiamo imparato e interiorizzato che cosa sono stati i campi di distruzione, il genocidio, la disumanizzazione. Il risuonare della sua voce pacata e delle sue alte parole nelle nostre aule, come da molti decenni già avviene, è un antidoto alla macabra politica della sistematica distruzione dei popoli, all’idea che “ogni straniero è nemico”, alle pulsioni identitarie e alla logica eliminatoria nei confronti dell’”Altro”, che ha molti altri tragici esempi nella storia moderna del colonialismo e nell’attualità contemporanea.

Primo Levi (1919-1987) era di Torino e coloro che ne hanno avuto la fortuna lo hanno ascoltato quando andava nelle scuole a parlare: proprio dall’incontro con lui molte/i hanno cominciato a sviluppare una coscienza politica antifascista. E moltissime/i di noi hanno imparato dai suoi libri, e hanno poi instancabilmente insegnato, che cosa è stata la disumanizzazione nei “campi di distruzione”.
Scrive Primo Levi: “Si immagini ora un uomo a cui, insieme con le persone amate, vengano tolti la sua casa, le sue abitudini, i suoi abiti, tutto infine, letteralmente tutto quanto possiede: sarà un uomo vuoto, ridotto a sofferenza e bisogno (…) tale quindi, che si potrà a cuor leggero decidere della sua vita o morte, al di fuori di ogni senso di affinità umana”. In altri termini, deprivati della loro cultura, gli esseri umani sono vuoti simulacri alla mercé dei loro aguzzini. Perché appunto noi esseri umani siamo esseri sociali e culturali, la cultura è la nostra natura, è la nostra umanità, e deprivare della cultura è disumanizzare.
Ma come si arriva al Lager? Una limpida risposta di Primo Levi è nella breve introduzione a Se questo è un uomo: “A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno consapevolmente, che “ogni straniero è nemico”. Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come una infezione latente; si manifesta solo in atti saltuari e incoordinati, e non sta all’origine di un sistema di pensiero. Ma quando questo avviene, quando il dogma inespresso diventa premessa maggiore di un sillogismo, allora, al termine della catena, sta il Lager. Esso è il prodotto di una concezione del mondo portata alle sue conseguenze con rigorosa coerenza: finché la concezione sussiste, le conseguenze ci minacciano. La storia dei campi di distruzione dovrebbe venire intesa da tutti come un sinistro segnale di pericolo”. Levi vuole dirci che quando ogni straniero diventa nemico per un’intera società, quando si affermano fascismo e nazismo, la logica conseguenza è il Lager, il genocidio. In un breve e pregnante video del 1975 egli infatti individua un filo conduttore tra le azioni delle squadre d’azione fasciste dei primi anni Venti a Torino e in Italia con i campi di concentramento e con il fascismo attuale, “a cui manca soltanto il potere per ridiventare quello che era, cioè la consacrazione del privilegio e della disuguaglianza”. Questo pericolo non era scongiurato per sempre e Levi non si stancava di ripetere nelle scuole e ovunque: “Fate attenzione, alla fine del fascismo c’è il Lager”.

Invitiamo dunque docenti delle scuole di ogni ordine e grado a dedicare il 27 gennaio 2026 a riflettere e ripensare, costruendo i propri originali percorsi didattici in base alle loro classi, quanto Primo Levi ha insegnato, consapevoli che già molto lavoro didattico è stato fatto nel tempo. Per questo chiediamo a coloro che dispongono di materiali didattici, bibliografie o riflessioni originali da condividere di inviarli al seguente indirizzo email: osservatorionomili@gmail.com. Saranno inseriti in un drive, insieme con i materiali qui di seguito elencati, e messi a disposizione di tutte/i a scopo di conoscenza e ispirazione.

Un importante approfondimento e aggiornamento storiografico sul Genocidio nella didattica della storia è l’intervento di Marco Meotto al convegno dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università tenuto online il 4 novembre 2025, che consente di rileggere criticamente “il genocidio come un fenomeno strutturale e ricorrente nella modernità”. Qui il link al video (dal minuto 27’): https://www.youtube.com/watch?v=hDRJ__CI2Vs

Materiali audio e video
Se questo è un uomo (1947), Audiolibro, https://www.youtube.com/watch?v=ypfCf2vRUJI

Documentari di Rai Cultura, Primo Levi. L’uomo, lo scrittore, il testimone
https://www.raicultura.it/webdoc/primo-levi/index.html#welcome
Contiene:
Tre documentari: Gad Lerner racconta Primo Levi (1997)
Gli sci di Primo Levi
La storia editoriale di Se questo è un uomo
Numerose interviste a Primo Levi, tra cui:
Levi si racconta
Il mestiere di raccontare: Se questo è un uomo, EP 1, EP 2, EP 3
Scrivere sul campo di concentramento, 25 gennaio 1975
Auschwitz, la lunga ombra, 16 maggio 1979
Il veleno di Auschwitz, 1984
Ritorno ad Auschwitz, 1983

Francesco Remotti. Letteratura e antropologia: la lezione di Primo Levi
https://www.youtube.com/watch?v=jk2PhWR2uFA

Moni Ovadia racconta Primo Levi. Incontro organizzato dall’Istituto storico della Resistenza in Toscana svoltosi a Firenze il 5 dicembre 2012, nella sede del Consiglio Regionale della Toscana. Conferenza centrata su I sommersi e i salvati
https://www.youtube.com/watch?v=OUk-BhZVW64

Materiale didattico
Primo Levi di Gabriella Giudici (docente di Scienze umane e filosofia): https://www.gabriellagiudici.it/primo-levi/
Per la scuola primaria:
Federico Gregotti, Sara Not, Primo Levi, una voce per non dimenticare, EdizioneEl, 2023.
Per la scuola secondaria: fumetti e libri illustrati
Matteo Mastragostino, Alessandro Ranghiasci, Primo Levi, Becco Giallo, 2023 (nuova edizione).
Giovanna Carbone, Franco Portinari, 174517. Deportato: Primo Levi, La Meridiana, 2019.
Carlo Greppi, Le scarpe di Lorenzo, Polo Castaldi, Rizzoli, 2025.
Primo Levi, Storie naturali, Einaudi, 2023.

Bibliografia integrativa

Primo Levi, Appendice del 1976 per l’edizione scolastica di Se questo è un uomo
https://www.vocedellasera.com/arti/libri/primo-levi-se-questo-e-un-uomo-appendice/
Giorgio Agamben, Quel che resta di Auschwitz. L’archivio e il testimone, Bollati Boringhieri, 1998.
Mario Barenghi, Marco Belpoliti, Anna Stefi, a cura di, Primo Levi, Milano, Marcos y Marcos, 2017.
Marco Belpoliti, Primo Levi, Bruno Mondadori, 1998.
Norman G. Finkelstein, L’industria dell’Olocausto. Lo sfruttamento della sofferenza degli ebrei, Meltemi linee, 2024.

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Lettera delle/i docenti del Giordano Bruno contro i volantinaggi di Gioventù Nazionale

Volentieri pubblichiamo il documento scritto e sottoscritto da un folto gruppo di docenti del Liceo Giordano Bruno di Torino a proposito del volantinaggio anti-maranza di Gioventù Nazionale che è stato fatto giovedì 8 gennaio 2026 presso l’Istituto, come già era accaduto in altre scuole di Torino.
La SPP ringrazia ed è al fianco delle/i docenti che hanno saputo esprimere chiaramente il rifiuto dei contenuti d’odio di quel volantino per rivendicare “il lavoro di costruzione di una cittadinanza attiva e solidale che portiamo avanti quotidianamente nelle nostre aule”.




Per una scuola solidale e inclusiva.

Lettera aperta alla comunità scolastica sul volantinaggio dell’8 gennaio
Lo scorso giovedì 8 gennaio, poco prima dell’inizio delle lezioni, alcuni militanti di Gioventù Nazionale (organizzazione giovanile di Fratelli d’Italia) hanno organizzato un volantinaggio davanti al nostro istituto, il Liceo Giordano Bruno di Torino. Il volantino distribuito si scagliava contro quella che viene definita la “cultura maranza”, dichiarata incompatibile con i valori della “Nazione” e ricondotta interamente al fenomeno delle cosiddette baby gang.

Si tratta di un tipo di iniziativa già visto altrove negli scorsi mesi. È avvenuta la stessa cosa al Liceo Primo Artistico, dove c’è però stato, in risposta, un cordone “simbolico” antirazzista di docenti e studenti davanti alla scuola (link all’appello), e poi al Liceo Einstein, dove invece il rifiuto di prendere i volantini da parte degli studenti ha dato il via a offese e spintoni, con un intervento delle forze dell’ordine in tenuta antisommossa e il fermo di uno studente minorenne. La vicenda ha avuto strascichi ulteriori, addirittura con misure di detenzione domiciliare per gli studenti, come denunciato in un recente appello dei genitori (link all’appello).
Come insegnanti di una comunità educante che si richiama ai valori della Costituzione Italiana e al sentimento antifascista che l’ha ispirata, sentiamo il dovere di condividere con studenti, personale scolastico e genitori il nostro punto di vista sulla questione.
In primo luogo, vogliamo invitare tutte e tutti a prendere apertamente le distanze dai contenuti di odio presenti in quel volantino, contrastando l’utilizzo che viene fatto del termine “maranza”, inteso come stigma sociale e come categoria razzializzata. L’obiettivo di questo tipo di narrazione è ridurre la realtà multiculturale dei nostri quartieri a una contrapposizione binaria tra un “noi” presunto sano, civile e meritevole e un “loro” descritto come minaccia, degrado, pericolo. Oltre che falsante, tale narrazione diventa potenzialmente pericolosa perché trasforma differenze sociali, culturali ed economiche in colpe individuali o di gruppo, indicando un “bersaglio” e legittimando nuove forme di esclusione.
Parlare di “maranza” in questi termini significa distogliere l’attenzione dalle cause del disagio che attraversa le periferie urbane: la precarietà abitativa, il sottofinanziamento della scuola pubblica, l’assenza di spazi di aggregazione, il lavoro precario e sottopagato, la mancanza di prospettive. Oltretutto, la realtà quotidiana di quartieri come Barriera di Milano è piena di alternative concrete
costruite direttamente dagli abitanti: reti di solidarietà, esperienze di mutuo aiuto, associazioni, comitati, doposcuola popolari, insegnanti e famiglie che ogni giorno convivono, intessono relazioni e rapporti di cura. È questa la normalità che alcuni vorrebbero cancellare, perché non rientra nella loro narrazione dell’emergenza permanente e del nemico interno.
Vogliamo inoltre dire con chiarezza che guardiamo con preoccupazione al fenomeno di progressiva militarizzazione della nostra città e dei nostri quartieri, e che una gestione della vita cittadina tutta incentrata sulla repressione del dissenso e del disagio sociale è agli antipodi rispetto ai principi che hanno ispirato la nascita della nostra Repubblica democratica. In tal senso, non comprendiamo perché le forze dell’ordine siano intervenute per accompagnare gruppi politici formati da militanti adulti nella
loro attività di propaganda davanti a una scuola superiore, finendo così per avallare quella che è a tutti gli effetti una provocazione – nella quale, meritoriamente, i nostri studenti non sono caduti – volta a diffondere messaggi xenofobi e razzisti.
Rivolgiamo perciò un appello a tutte/i quelle/i che si riconoscono in una scuola democratica e inclusiva: non accettiamo che il disagio sociale venga trasformato in guerra tra poveri. Difendere la scuola pubblica e i nostri quartieri significa rifiutare la logica della contrapposizione e la ricerca di un
capro espiatorio facile, spesso giovane e razzializzato, e invece investire in politiche di inclusione, ascolto e giustizia sociale. Siamo convinti che un importante antidoto alla paura e all’esclusione sia proprio il lavoro di costruzione di una cittadinanza attiva e solidale che portiamo avanti
quotidianamente nelle nostre aule, promuovendo giorno dopo giorno il rispetto reciproco, la responsabilità collettiva, la valorizzazione delle differenze e la riflessione critica.
Invitiamo le colleghe e i colleghi a condividere queste riflessioni con le classi.

Torino, 12 gennaio 2026

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Libertà per gli studenti minorenni ai domiciliari

La Scuola per la pace di Torino e Piemonte, rete di docenti contro le guerre, i genocidi, per la pace e la liberazione e autodeterminazione dei popoli, esprime la propria solidarietà alla e agli studenti minorenni del Liceo Einstein che il 30 dicembre 2025 sono stati messi agli arresti domiciliari e che domani, 8 gennaio, avranno il primo interrogatorio.
Quali le loro colpe? Aver esercitato il proprio protagonismo politico, sia respingendo un volantinaggio fascista davanti alla scuola il 27 ottobre sia partecipando alle manifestazioni per la Palestina, in cui erano coinvolte migliaia di persone. Benché gli adulti, dai docenti agli esperti fino al presidente Mattarella, esortino i giovani a essere protagonisti, quando poi lo fanno con modalità non approvate dagli adulti stessi, la riposta è la repressione.
Nessuna altra risposta è infatti pervenuta da oltre tre anni a questa parte, quando il movimento studentesco ha rianimato le scuole. E questo silenzio, questa indifferenza, o insofferenza fino all’ostilità, non sono compresi dalla giovanissima generazione che negli adulti ha sempre riposto fiducia. Quegli stessi adulti che stanno devastando il pianeta e i suoi mondi sociali con guerre e genocidi, sfruttamento e diseguaglianze, violenza e mercificazione di esseri umani e natura.
Il futuro appare oscuro ed è su questo che le/i giovani si mobilitano, vogliono e meritano di essere ascoltati e di avere risposte che non siano i manganelli. Come docenti, chiediamo che le autorità competenti revochino le misure detentive, che anche secondo la giurisprudenza sono troppo severe per dei minorenni, e ci impegniamo a dialogare con i nostri studenti, affinché la loro crescita umana, culturale e politica possa dare loro forza e strumenti per essere protagonisti di un futuro più giusto.

Per questo abbiamo aderito alla lettera del gruppo di genitori del Liceo Einstein che chiede risposte e la revoca delle misure detentive.
Invitiamo tutte e tutti a firmare e divulgare: https://www.change.org/p/appello-dei-genitori-del-liceo-a-einstein-di-torino-facciamo-chiarezza?utm_medium=custom_url&utm_source=share_petition&recruited_by_id=ef2196e0-0273-11e7-a0e3-8df17ee424ca


Torino, 7 gennaio 2026



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