L’articolo che pubblichiamo è frutto di una ricerca che vuole essere utile al dibattito che si sta svolgendo nei movimenti per la Palestina, e non solo, sul disegno di legge per il contrasto all’antisemitismo. Approvato il 4 marzo 2026 dal Senato, con il titolo Disposizioni per il contrasto all’antisemitismo e per l’adozione della definizione operativa di antisemitismo, tale disegno di legge sarà probabilmente licenziato a settembre dalla Camera dei deputati. L’articolo di Maria Teresa Silvestrini, attivista della Scuola per la pace Torino e Piemonte e dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, esplora il percorso che ha portato alla approvazione del testo definitivo. Ne emerge che la adozione per legge della definizione IHRA di antisemitismo rappresenta una forma di israelizzzazione politico culturale in quanto adotta normative derivanti dalla legislazione e dalla hasbara israeliana. Inoltre la repressione dell’“antisemitismo” viene affidata, su proposta del partito di Fratelli d’Italia, alla Strategia nazionale di contrasto all’antisemitismo e al gruppo tecnico di lavoro coordinato dal generale Pasquale Angelosanto, cioè a una sorta di task force che opera in modo discrezionale, senza alcun controllo democratico da parte del Parlamento, e che criminalizza i dissidenti e il mondo islamico come nemico interno. Nelle conclusioni, si evidenzia come lo scopo del disegno di legge sia anzitutto intimidatorio, in quanto le migliaia di voci a sostegno di libertà e giustizia per il popolo palestinese non possono essere silenziate, anche se l’accusa di antisemitismo potrà essere rivolta contro specifiche organizzazioni o soggetti aggravandone la posizione di fronte alla legge. Saranno perciò la mobilitazione, la coesione e la forza della società civile, delle/i docenti, dei collettivi, dei giuristi democratici, dei sindacati, a disinnescare le minacce e i veleni dell’hasbara sionista e della repressione, come già accaduto nei modelli vincenti di resistenza che hanno coinvolto i prof. Massimo Sabbatini del liceo Vivona e Salvatore Bullara con altri docenti del liceo Righi di Roma, nonché l’imam di Torino Mohamed Shahin. La resistenza della Palestina è anche la nostra.
L’articolo è pubblicato anche sul sito dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, raggiungibile tramite questo link.
Pubblicato inGeneral|Commenti disabilitati su Israelizzazione politico culturale e repressione. Il disegno di legge per il contrasto all’antisemitismo.
Intervista di Cecilia Pelanda, per la laurea triennale in Scienze Internazionali, dello Sviluppo e della Cooperazione, a Rozan Alfarra, ricercatrice palestinese in Sviluppo, Cooperazione e Relazioni internazionali, luglio 2026.
For me, sovereignty means something much deeper than having a flag, an institution, or even a formally recognized state. As Palestinians, we have lived for generations without the ability to fully control our land, our movement, our resources, our borders, and often even our own bodies and futures. We grow up learning that almost every aspect of life can be restricted, monitored, bombed, occupied, or taken away. This creates a constant feeling that your life is never fully yours.
After witnessing repeated aggressions against Gaza throughout the years, and especially after the most recent genocide, with all the destruction and mass killing, it becomes impossible for me to think about sovereignty only in abstract political terms. I think about it in human terms. I think about children who should have grown up safely but instead learned the sound of drones before learning many ordinary things about life. I think about families erased entirely, homes reduced to rubble, universities destroyed, memories buried under ruins, and people forced to spend every day searching for water, food, medicine, or the names of their loved ones among the dead.
What hurts most is not only the violence itself, but the feeling that Palestinians are continuously denied the right to simply live normally. We are constantly forced into survival mode. Even our grief is interrupted by fear. Even joy feels temporary because we know how quickly everything can disappear again. Sovereignty, to me, would mean finally being able to live without this permanent instability and fear imposed on us.
I imagine a future Palestine where we are free to move across our own land without checkpoints, siege, walls, or occupation soldiers deciding where we can go and who we can become. I imagine Palestinians in Gaza, the West Bank, Jerusalem, and the diaspora being connected again instead of fragmented from one another. I imagine a future where our children inherit opportunities instead of trauma.
For me, sovereignty also means recovering dignity. It means that Palestinians are no longer treated as people whose existence must constantly be justified. It means being able to tell our own stories in our own voices, instead of always seeing others speak for us or reduce us either to numbers or political abstractions. We are human beings with memories, culture, dreams, contradictions, love, and pain. We want what every people wants: safety, freedom, stability, and the ability to shape our own future.
At the same time, I believe liberation must also exist inside our society, not only against occupation. This is why movements such as Tal’at are important to me. Palestinian women have always participated in resistance and survival, but feminist voices remind us that there can be no truly free homeland if women themselves are not fully free, protected, and equal. A liberated Palestine should also be a place where people are able to live with dignity socially, politically, and personally.
Despite everything, Palestinians continue to hold onto life with extraordinary strength. Even after immense destruction, people still try to study, write, create art, care for one another, celebrate small moments, and imagine a future. I think this is also part of sovereignty: the refusal to disappear. The refusal to allow occupation and violence to define the entirety of who we are.
Ultimately, when I think about the future of Palestine, I do not imagine domination over anyone else. I imagine the end of domination over us. I imagine a future where Palestinians can finally exist freely on their land, govern themselves independently, protect their memories and culture, and live ordinary lives without occupation, siege, fear, or constant loss. That, to me, would be true sovereignty.
Traduzione
Per me, sovranità significa qualcosa di molto più profondo di avere una bandiera, un’istituzione o persino uno Stato formalmente riconosciuto. Come palestinesi, abbiamo vissuto da generazioni senza il pieno controllo sulla nostra terra, sui nostri spostamenti, sulle nostre risorse, sui nostri confini e, spesso, nemmeno sui nostri corpi e sul nostro futuro. Cresciamo imparando che quasi ogni aspetto della vita può essere limitato, sorvegliato, bombardato, occupato o sottratto. Questo genera la costante sensazione che la tua vita non sia mai interamente tua.
Dopo essere stata testimone, nel corso degli anni, delle ripetute aggressioni contro Gaza, e in particolare dopo il più recente genocidio, con tutta la distruzione e le uccisioni di massa, è diventato impossibile per me pensare alla sovranità solo in astratti termini politici. Penso ad essa in termini umani. Penso ai bambini che avrebbero dovuto crescere in sicurezza e che invece hanno imparato a riconoscere il rumore dei droni prima ancora di apprendere molte cose comuni della vita. Penso a famiglie interamente cancellate, case ridotte in macerie, università distrutte, memorie sepolte sotto le rovine e persone costrette a trascorrere ogni giorno alla ricerca di acqua, cibo, medicine o dei nomi dei propri cari tra i morti.
Ciò che fa più male non è solo la violenza in sé, ma il sentimento che ai palestinesi venga costantemente negato il diritto di vivere semplicemente una vita normale. Siamo costantemente costretti a vivere in una modalità di pura sopravvivenza. Persino il nostro dolore viene interrotto dalla paura. Sentiamo effimera anche la gioia, perché sappiamo con quanta rapidità possa svanire di nuovo. Per me, sovranità significherebbe poter finalmente vivere senza queste instabilità e paura che ci vengono imposte.
Immagino una Palestina futura in cui siamo liberi di muoverci nella nostra terra senza posti di blocco, assedi, muri o soldati dell’occupazione che decidono dove possiamo andare e chi possiamo diventare. Immagino i palestinesi di Gaza, della Cisgiordania, di Gerusalemme e della diaspora nuovamente connessi tra loro, invece che separati gli uni dagli altri. Immagino un futuro in cui i nostri figli ereditino opportunità invece di traumi.
Per me, sovranità significa anche riconquistare dignità. Significa che i palestinesi non vengano più trattati come persone la cui esistenza debba essere costantemente giustificata. Significa poter raccontare le nostre storie con la nostra voce, invece di vedere sempre altri parlare per noi o ridurci a semplici numeri o ad astrazioni politiche. Siamo esseri umani con memorie, cultura, sogni, contraddizioni, amore e dolore. Vogliamo ciò che ogni popolo desidera: sicurezza, libertà, stabilità e la possibilità di plasmare il nostro futuro.
Allo stesso tempo, credo che la liberazione debba avvenire anche all’interno della nostra società, non solo contro l’occupazione. Ecco perché movimenti come Tal’at sono importanti per me. Le donne palestinesi hanno sempre partecipato alla resistenza e alla lotta per la sopravvivenza, ma le voci femministe ci ricordano che non può esserci una patria veramente libera se le donne stesse non sono pienamente libere, protette e in condizioni di parità. Una Palestina liberata dovrebbe essere anche un luogo in cui le persone possano vivere con dignità, sul piano sociale, politico e personale.
Nonostante tutto, i palestinesi continuano ad aggrapparsi alla vita con una forza straordinaria. Anche dopo immense distruzioni, le persone cercano ancora di studiare, scrivere, creare arte, prendersi cura l’una dell’altra, festeggiare piccole occasioni e immaginare un futuro. Credo che anche questo sia parte della sovranità: il rifiuto di scomparire. Il rifiuto di permettere all’occupazione e alla violenza di definire interamente ciò che siamo.
In definitiva, quando penso al futuro della Palestina, non immagino il dominio su nessun altro. Immagino la fine del dominio su di noi. Immagino un futuro in cui i palestinesi possano finalmente esistere liberamente sulla propria terra, autogovernarsi in modo indipendente, proteggere le proprie memorie e la propria cultura e vivere vite normali, senza occupazione, assedio, paura o perdite costanti. Per me, questa sarebbe vera sovranità.
Pubblicato inGeneral|Commenti disabilitati su Sovranità come autodeterminazione
Pubblichiamo l’introduzione di Barbara Strambaci ai disegni prodotti da allieve e allievi di alcune scuole primarie per il progetto Un ponte tra Gaza e Torino, auspicando che le riflessioni espresse sulla capacità di bambine e bambini di “fare pace” siano di ispirazione per le comunità educanti.
FACCIAMO PACE?
Il biologo evoluzionista Edward Osborne Wilson, nel suo saggio intitolato “Il significato dell’esistenza umana”, spiega come l’intelligenza sociale sia quel tratto genetico dell’Homo sapiens che lo ha posto in una condizione di vantaggio evolutivo.
In parole semplici: siamo predisposti geneticamente alla socializzazione, alla condivisione e alla suddivisione dei ruoli. Il problema è che tale tratto innato non è istintivo: di conseguenza necessita sia di “allenamento” sociale sia di condizioni ambientali favorevoli affinché si manifesti. La capacità dei bambini di “fare pace” dopo un litigio, trovando soluzioni o semplicemente superando il conflitto spontaneamente, sembrerebbe avvalorare la ricerca scientifica sulla predisposizione genetica alla socializzazione: senza troppi costrutti mentali, i bambini cercano la strada per stare bene insieme e la trovano! Lo sanno bene le bambine e i bambini della scuola dell’infanzia E15 di Torino e lo esprimono attraverso i loro disegni: “Noi piccoli litighiamo, ma sappiamo fare pace!” E la pace loro la sanno fare chiedendo scusa, dando un bacio, ricominciando a giocare insieme, creando relazioni. Così facendo, sviluppano quelle abilità prosociali come la gentilezza e la compassione che stanno alla base delle relazioni. In contrapposizione, osservando il mondo degli adulti, i bambini avvertono che il conflitto “i grandi” non lo sanno più gestire, che sfugge dalle loro mani fino a trasformarsi in guerra. Carim, spiegando il suo disegno, dice: “Due persone che litigano, una sta scappando e così non riescono a far pace”. Davanti al conflitto si scappa e il mondo assume una tonalità sempre più grigia, dove ognuno rimane arroccato sulle proprie posizioni, isolato, non dando la possibilità alla predisposizione genetica socializzante di manifestarsi. E ancora Cugad racconta il suo disegno:” I miei amici in Ucraina che stanno giocando, ma il carrarmato si avvicina alla casa, poi spara e non riescono a fare la pace!” La guerra entra nelle vite dei bambini, le lacera, le allontana dalla possibilità di una società fondata sul rispetto reciproco, sull’ascolto dell’altro nelle diversità. La guerra sottrae alla vita la vita stessa, quella scritta nel nostro DNA. Se educare (ex-ducere) significa “tirare fuori”, sono fermamente convinta che il compito della comunità educante sia proprio quello di dare la possibilità ai bambini di esprimere i tratti innati della socializzazione, dando ampio spazio alla relazione e alla risoluzione nonviolenta dei conflitti. A Gaza i bambini sono le principali vittime dell’orrore che si sta compiendo e che per molti adulti, da questa altra parte del mondo, è vergognosamente ridotto a una questione aristotelica di classificazione terminologica. “Nello specchio di Gaza”, la comunità educante dovrebbe sentire doveroso e impellente il richiamo alla salvezza dell’umanità proprio attraverso i bambini… che la pace la sanno fare. Barbara Strambaci
Pubblicato inGeneral|Commenti disabilitati su FACCIAMO PACE?
A Gaza, nel quasi totale silenzio dei media maistream, si sono intensificati gli attacchi e la situazione è peggio che mai perché la destra di Smotrich, Katz e i coloni intendono impadronirsi di Gaza e ricolonizzarla al più presto espellendo (o estinguendo) i palestinesi. I messaggi che riceviamo quotidianamente dalle/i gazawi attraverso il Comitato Un Aiuto per la Palestina ci dicono che bombardamenti e spari sono costanti. Mai avevamo ricevuto così tante notizie di uccisioni come in questi giorni. Dal piccolo “osservatorio” delle 40 famiglie sostenute dal Comitato giungono immagini di bambini uccisi, bambini rimasti orfani, alcuni del tutto soli. Tanti perdono amici e vicini. Alcuni scrivono di sentirsi vivi per caso, altri non rispondono al cellulare. Le condizioni di vita sono insostenibili, con un caldo a 42°, pochissima acqua, insetti, topi, malattie. Circola voce, a Gaza, che gli israeliani hanno dichiarato sui loro media di avere individuato 2000 “target” da colpire. Le persone sono spaventate, ma cercano (ancora) di agire. Mosbah continua a distribuire acqua sotto le bombe e Yousef a curare la scuola Il futuro nelle mani dei piccoli, che ha sospeso le lezioni, ma tiene attività estive. Chiedono di parlare di loro, di diffondere le loro foto e messaggi per rompere il silenzio e pretendere giustizia (in allegato tre foto ricevute), di sostenere i loro progetti.
In questo periodo le voci delle piazze si sono affievolite, ma le nostre coscienze sono lucide e vive e continuano a interrogarci su quello che possiamo fare. Come SPP ci siamo impegnati a sostenere il progetto del Campo Orfani Gaza Nord proposto da Mosbah, e qui allegato, invitando caldamente tutt* a contribuire con una donazione anche piccola.
Il 21 giugno abbiamo partecipato in molte/i, circa 30 persone, in un ambiente accogliente, sereno e dialogico, nell’area Caselli di Chieri, al World Cafè. Cosa posso fare concretamente per andare verso la pace. Di noi, Scuola per la pace, eravamo presenti Rossella Offredo e la scrivente. Si è da subito creato un clima accogliente, fatto di persone appartenenti alle realtà più varie: associazioni, giovani, qualcuno del Sereno Regis, gruppi di volontariato, singole/i, qualche giovane di Fridays e di Extinction Rebellion… Ci siamo organizzati in sei tavoli, quelli indicati nella locandina, io sono stata una oste/facilitatrice, quindi sempre presente al tavolo Educare alla nonviolenza. I partecipanti ruotavano dopo circa 30 minuti e potevano scegliere di partecipare al tavolo che maggiormente interessava loro. Presso ogni tavolo ci si interrogava a partire da tre domande, spesso poi riunite negli interventi delle/i partecipanti: conosco strumenti per portare pace e nonviolenza? Quali conoscenze, contatti, metodi possiedo al riguardo? Che cosa mi interesserebbe approfondire e come? Per la ricchezza e varietà degli interventi e delle/i partecipanti, non riesco a riportare nel dettaglio i contenuti, ma sottolineo alcuni elementi emersi. Ad esempio, come questa educazione e pratiche partano da noi stesse/i e abbiamo perciò bisogno di formarci in questo senso. Il bisogno di fare rete fra realtà diverse: è stata molto apprezzata SPP, ma anche i gruppi di narrazione (Pedagogia dei genitori, che non riguarda soltanto i genitori, ma tutti/e gli/le adulte/i e le persone in continua crescita e formazione), l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, la medicina narrativa, l’arte applicata da un punto di vista antropologico, tecniche e metodologie varie… Sono state sottolineate soprattutto l’importanza e la necessità del rapporto e della collaborazione intergenerazionale: nei movimenti, a scuola, nelle iniziative. L’esperienza di ieri è stata un ottimo esempio in questo senso. Verrà poi fatta una sintesi di quanto emerso da parte degli organizzatori e quando la riceverò, la condividerò. Per me, per noi, credo sia importante mantenere rapporti e scambi con questo tipo di realtà ed esperienze, se vogliamo comunicare, condividere, essere efficaci nelle nostre azioni e, cosa detta nell’incontro, non restare chiuse/i nella nostra bolla.
Chiara Giacometti
Pubblicato inGeneral|Commenti disabilitati su WORLD CAFÈ. COSA POSSO FARE CONCRETAMENTE PER ANDARE VERSO LA PACE.
Nella nostra scuola, l’IC Matteotti Pellico, a partire del mese di ottobre abbiamo lavorato sulla situazione della Palestina in una classe seconda e in tre classi terze. Nella classe seconda abbiamo individuato, per sommi capi, dei prerequisiti storici e politici e dei concetti fondamentali (Nakba, scolasticidio, Sumud), studiando e interpretando graficamente, con lavori di gruppo, i versi di due poeti palestinesi (in allegato). Nelle classi terze (tre sezioni) si è invece lavorato sulla rielaborazione grafico/pittorica delle opere figurative di alcuni artisti palestinesi e di alcuni writers. Alla fine del percorso abbiamo realizzato un video, pubblicato sul sito della scuola, che documenta la recitazione corale delle poesie e le varie fasi dei procedimenti relativi alla realizzazione dei lavori, esposti in seguito al Polo Culturale Lombroso16. La partecipazione degli studenti è stata altissima, si sono mostrati interessati, collaborativi ed empatici. Ha giocato a nostro favore la concomitanza del progetto con il viaggio della prima Flotilla, percepito dai miei piccoli studenti come una sorta di galvanizzatore – quasi epico/mitopoietico – di una idea universale di giustizia, resistenza e libertà.
La docente Silvia Mondino @RTINSIDE scuola MATTEOTTI PELLICO
Premessa Il progetto “Un ponte tra Gaza e Torino” è nato all’interno del nostro Istituto come esperienza di continuità didattica tra la Scuola Primaria P. Gemelli e la Scuola Secondaria di primo grado Pola. L’iniziativa ha coinvolto alunni e docenti in un percorso di ascolto, conoscenza e riflessione volto ad avvicinare due realtà geograficamente lontane ma accomunate dal desiderio di comunicare, condividere esperienze e costruire relazioni attraverso la cultura.
Obiettivi Il progetto si è proposto di: · promuovere la conoscenza della realtà della Striscia di Gaza attraverso testimonianze dirette, racconti e attività artistiche; · favorire il dialogo interculturale e la comprensione reciproca; · sviluppare competenze espressive, musicali, artistiche e linguistiche; · rafforzare la collaborazione tra scuola primaria e scuola secondaria; · educare all’empatia, alla solidarietà e alla cittadinanza globale. Il percorso musicale: le ninne nanne come linguaggio universale Uno dei momenti più significativi del progetto è stato l’ascolto di alcuni video provenienti dalla Striscia di Gaza. In particolare, l’attenzione si è concentrata sulle ninne nanne cantate da Nada, figura alla quale è dedicata la mostra conclusiva. Gli alunni hanno ascoltato le melodie, tradotto i testi e approfondito il significato dei brani. È emerso come le parole delle ninne nanne palestinesi risultassero spesso particolarmente rassicuranti e dolci, mentre le melodie presentavano sorprendenti somiglianze con quelle della tradizione italiana. Questa esperienza ha permesso di comprendere come la musica possa rappresentare un linguaggio universale capace di unire persone appartenenti a culture diverse. Grazie alla collaborazione di alcune mamme arabe della scuola, gli alunni hanno inoltre studiato, interpretato e musicato ninne nanne della tradizione italiana. Le registrazioni realizzate sono state inviate a Gaza come segno di vicinanza e condivisione. Ricevere messaggi di ringraziamento e risposte da persone che vivono una situazione di grande difficoltà ha rappresentato un momento di forte coinvolgimento emotivo per tutti i partecipanti. Particolarmente significativo è stato lo scambio nato intorno alla canzone Atuna Tufuli: dopo l’invio della registrazione realizzata dagli studenti, è stato ricevuto un video in cui i bambini palestinesi cantavano accompagnati dalla nostra esecuzione. Questo episodio ha reso concreto il senso del progetto, facendo percepire come la musica possa accorciare le distanze e creare autentici legami tra persone lontane. La realizzazione del fumetto Un’altra importante attività è stata la creazione di un fumetto realizzato in collaborazione tra scuola primaria e scuola secondaria. Gli alunni delle classi quinte della primaria hanno curato la parte grafica attraverso la realizzazione dei disegni, mentre gli studenti della secondaria hanno elaborato i testi e la narrazione. Il fumetto è stato concepito come un ponte simbolico tra Torino e Gaza. Attraverso immagini e parole sono stati messi a confronto alcuni aspetti della vita quotidiana nelle due realtà: il risveglio, la scuola, il cibo, i giochi, le forme di comunicazione e la musica. Il racconto si conclude con il canto condiviso di Atuna Tufuli, simbolo dell’incontro tra culture diverse e dell’esperienza di dialogo costruita durante il progetto. Il percorso di lettura: “Contro corrente. Storia di una pescatrice di Gaza” Un’altra tappa fondamentale del percorso è stata la lettura del libro Contro corrente. Storia di una pescatrice di Gaza, che ha offerto agli studenti l’opportunità di conoscere una realtà lontana attraverso la narrazione. L’opera, scritta dalla scrittrice giordano-palestinese Taghreed Najjar, racconta la storia di Yusra, una ragazza della Striscia di Gaza che sceglie di diventare pescatrice, sfidando stereotipi e pregiudizi legati ai ruoli tradizionalmente attribuiti alle donne. Durante il lavoro in classe gli studenti hanno scoperto che la protagonista è ispirata a una persona reale: Madleen Kulab, giovane pescatrice palestinese. La visione di una video-intervista in cui Madleen racconta la propria esperienza ha permesso di approfondire temi quali il rapporto con il mare, le difficoltà della vita quotidiana a Gaza, il sostegno alla famiglia e il coraggio necessario per seguire le proprie aspirazioni. L’ascolto diretto della sua testimonianza ha contribuito a rendere la storia più concreta e vicina, favorendo una maggiore comprensione del contesto descritto nel libro. Attività artistiche e scrittura creativa La lettura del romanzo ha rappresentato il punto di partenza per numerose attività espressive. Le immagini evocate dal racconto – il mare, le barche, le reti da pesca, il porto, la fatica e la determinazione della protagonista – hanno ispirato la realizzazione di elaborati artistici personali. Successivamente gli studenti si sono dedicati alla scrittura creativa, producendo filastrocche, testi in rima e brevi componimenti ispirati alla storia. Attraverso queste attività hanno rielaborato i contenuti del libro secondo il proprio punto di vista, esprimendo emozioni, riflessioni e considerazioni personali. Conclusioni Il progetto “Un ponte tra Gaza e Torino” ha rappresentato un’importante esperienza educativa e umana. Attraverso la musica, la lettura, l’arte e la scrittura, gli studenti hanno avuto l’opportunità di conoscere una realtà diversa dalla propria, sviluppando sensibilità, capacità di ascolto, spirito critico e consapevolezza interculturale. Le attività svolte hanno dimostrato come la cultura possa diventare uno strumento di dialogo e di incontro, capace di costruire ponti anche in contesti segnati da difficoltà, conflitti e divisioni. La mostra conclusiva raccoglie il percorso realizzato e testimonia l’impegno degli alunni nel costruire, attraverso creatività e condivisione, un simbolico ma significativo ponte tra Gaza e Torino. L’esperienza maturata durante il progetto avrà inoltre una prosecuzione nel percorso conclusivo di alcune alunne della scuola secondaria, che presenteranno in sede d’esame un approfondimento dedicato alle ninne nanne come strumento di dialogo interculturale e al tema dell’incontro tra popoli, evidenziato nel lavoro svolto attraverso il fumetto collaborativo tra primaria e secondaria. Nel corso della loro esposizione, le studentesse rifletteranno anche sui principi sanciti dal diritto internazionale e sui diritti fondamentali dell’infanzia e delle popolazioni civili, analizzando le violazioni che interessano il popolo palestinese e altre popolazioni coinvolte in contesti di guerra e crisi umanitarie. L’obiettivo sarà quello di promuovere una maggiore consapevolezza sui temi della pace, della tutela dei diritti umani, della solidarietà internazionale e della responsabilità collettiva nella costruzione di una società più giusta e inclusiva. La docente Roberta Schiavello Torino, 16 giugno 2026
Pubblicato inGeneral, Notizie dalle Scuole|Commenti disabilitati su “Un ponte tra Gaza e Torino”: progetto della Scuola Primaria P. Gemelli e della Scuola Secondaria di primo grado Pola
Dal 29 ottobre 2022, poco dopo la costituzione della Scuola per la pace, nelle scuole di Torino, del Piemonte, ma anche di altre località d’Italia (Firenze, Palermo, Ugento, Venezia) sono state presentate mozioni, lettere aperte e documenti nei quali le docenti e i docenti hanno preso parola e iniziativa, dapprima contro la guerra in Ucraina, poi contro il genocidio in Palestina e quest’anno sui volantinaggi di Gioventù Nazionale. Pubblichiamo qui il file completo, che ovviamente non comprende tutto il gran numero di mozioni presentate in Italia, ma solo quelle inviate a SPP dalle e dai docenti delle rispettive scuole, che ringraziamo di cuore. Il susseguirsi dei documenti mostra il dipanarsi della nostra lotta e ci sono testi bellissimi. Dato che nel frattempo nuove e nuovi docenti sono stati coinvolti, auspichiamo che, prendendo esempio dalle mozioni già approvate, se ne presentino altre all’inizio del prossimo anno scolastico. La voce delle scuole deve continuare a farsi sentire dovunque possibile perché i governi devono sapere che ripudiamo le guerre e il genocidio e che non siamo disposti ad “allineare le nostre percezioni” (Rearm Europe, art. 164) per assuefarci all’inevitabilità di guerre che non sono le nostre e di cui non vogliamo in alcun modo essere complici.
Mozioni e documenti possono essere inviati all’indirizzo lascuolaperlapace@gmail.com .
Parlare di Gaza nelle scuole ed educare alla pace è stato mirabilmente realizzato dai docenti della scuola primaria Sibilla Aleramo, dell’IC Padre Gemelli e della scuola secondaria di primo grado Nino Costa di Moncalieri, con il progetto Un ponte tra Gaza e Torino.
Il progetto è incentrato sulla lingua madre attraverso filastrocche, ninne nanne e poesie scambiate con donne di Gaza incontrate attraverso il comitato “Un Aiuto per la Palestina”. L’evento conclusivo sarà la mostra Gaza e Torino con i disegni delle allieve e degli allievi, la cui inaugurazione (a cui parteciperanno alcune delle classi) si terrà il 9 giugno alle 10.30 presso la biblioteca civica “I ragazzi e le ragazze di Utoya”, in via Zumaglia 39.
La referente, Barbara Strambaci, ha raccontato il progetto nella serie radiofonica Che profumo ha la pace? (dal minuto 50) a cui hanno partecipato anche l’antropologa Laura Ferrero e la poetessa Imma Schiena. La mostra sarà visitabile fino al 23 giugno.
Pubblicato inEventi, General|Commenti disabilitati su Gaza e Torino a scuola
La Scuola per la pace di Torino e Piemonte esprime la propria solidarietà alla docente dell’IIS “Santorre di Santarosa” di Torino che, intervenuta a sostegno delle studentesse e degli studenti nel tentativo di neutralizzare pacificamente l’ennesimo volantinaggio contro la cosiddetta “cultura maranza”, è stata nelle ore immediatamente successive oggetto di una incredibile campagna di denigrazione mediatica.
Come in altre occasioni, la sezione “D’Annunzio” di Gioventù Nazionale è comparsa davanti a scuola scortata da 7 agenti della Digos, il cui ruolo in queste situazioni risulta incomprensibile, così come è opaca la modalità di invio degli agenti e poco trasparente la ragione della loro presenza.
I militanti di GN hanno ripreso ragazze e ragazzi (anche minorenni) senza il loro consenso e nell’editing del video hanno tagliato le parole della nostra collega, manipolandone l’intervento.
Il volantinaggio è stato fronteggiato a mani nude, senza alcun momento di tensione imputabile a docente, studentesse e studenti, che si sono limitati a invocare la libertà della scuola dal fascismo e a rivendicare, oggi, 3 giugno 2026, con un mondo in fiamme e il giorno dopo la Festa della Repubblica, che la scuola è antifascista ab origine, nella sua intima natura democratica sgorgata dalla Resistenza.
La sola arma che docente, studentesse e studenti hanno brandito è stata la loro voce: i contenuti apertamente razzisti e discriminatori del volantino sono stati contestati cantando Bella ciao ed è questo il senso profondo delle parole della docente, che ha esortato ragazze e ragazzi a “respingere con le parole” i contenuti veicolati da GN.
Nelle ore immediatamente successive si è scatenata una vera e propria shitstorm contro la nostra collega, pubblicamente offesa in centinaia di commenti ai diversi post che sui social hanno rilanciato il video, che in poche ore è rimbalzato dai social alla stampa locale a quella nazionale, arrivando alle istituzioni e alla pubblica censura del comportamento di docente, ragazze e ragazzi da parte dell’ europarlamentare di Fratelli d’Italia Giovanni Crosetto. Quest’ultimo non ha esitato a riproporre l’ argomento più trito e ritrito che esista, quello del “fascismo degli antifascisti”, arrivando a scomodare il povero Pierpaolo Pasolini.
In questo momento ci stringiamo alla docente e alle colleghe e colleghi a lei vicine/i e alle studentesse e studenti, che poco più di un mese fa hanno imparato dall’intensa testimonianza di Adelmo Cervi il significato vivo e vibrante delle parole: ORA E SEMPRE RESISTENZA!
Pubblicato inGeneral|Commenti disabilitati su Solidarietà alla docente intervenuta per neutralizzare pacificamente l’ennesimo volantinaggio contro la cosiddetta “cultura maranza”