La scuola per la pace di Torino e Piemonte invita a votare NO al referendum costituzionale sulla giustizia

Perché andare a votare e perché andare a votare NO se ci battiamo per la pace e contro le guerre?

Perché in questi tre anni di guerra e propaganda abbiamo fatto esperienza sulla nostra pelle, nelle nostre scuole, di che cosa significa perdere, giorno dopo giorno, libertà, diritti e democrazia.

Ci hanno chiamati putiniani perché non aderiamo alla retorica dell’aggressore e dell’aggredito e ci opponiamo all’invio di armi all’Ucraina.

Hanno imposto nelle scuole, dopo il silenzio sull’Ucraina, il silenzio sul genocidio in Palestina. Per fare rispettare il silenzio, il ministro Valditara ha inviato gli ispettori nelle scuole colpevoli di ospitare la voce libera di Francesca Albanese.

Sempre Valditara ha imposto la regola assurda del contraddittorio, come se a scuola non ci fosse libertà di pensiero tra docenti e studenti, come se la scuola dovesse ridursi a un banale talk show, che forse è quello il modello di cultura che hanno nella testa.

Anche i corsi di formazione per gli insegnanti, sulla guerra e il genocidio in Palestina, sono stati censurati, se non erano di gradimento al ministero.

I libri di testo che non piacciono al ministero sono oggetto di censura. Gli editori sono intimiditi al fine di non lasciare emergere posizioni sulla storia contemporanea che critichino le scelte del governo. E’ questo il caso, noto e rilanciato dai media perché verteva sull’immigrazione, del manuale Trame del tempo.

I decreti sicurezza uno e due sono stati studiati per colpire le forme di protesta dei manifestanti che il governo ha individuato come bersaglio: lavoratori che occupano le strade, i senza casa che occupano immobili abbandonati, gli attivisti ambientali, gli studenti che in forma non violenta bloccano il traffico sulle strade oppure le stazioni e gli aereoporti.

Le situazioni che abbiamo citato sono tutte situazioni in cui direttamente o indirettamente alcuni di noi sono stati coinvolti.

La storia insegna e solo chi non vuole vedere rimane indifferente. E’ chiaro che adesso è venuto il momento dei magistrati. Bisogna impedire le inchieste scomode, che sono quelle contro il governo, la sua maggioranza e in generale chi in Parlamento baratta diritti in cambio di favori e non vuole essere disturbato da nessuno. Non vuole essere contestato dalle manifestazioni dal basso e non vuole subire controlli di legalità dall’alto.

La via intrapresa contro la Costituzione sulla guerra (l’articolo 11 è infatti stato dimenticato) ci porta a smantellare altri pezzi della Costituzione. Al centro del mirino oggi c’è la separazione dei poteri, c’è la subordinazione della magistratura alla politica.

Difendere la pace significa difendere la Costituzione, quella scritta da Terracini e da Calamandrei non quella sfregiata da Meloni e Nordio.

Votiamo convinti per tutelare la nostra libertà, votiamo convinti perché nella lotta contro la guerra la costituzione democratica e antifascista va preservata e difesa.

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La disobbedienza civile delle/gli studenti contro le guerre

Al Liceo Einstein, nell’intervallo, sono state bruciate in cortile le bandiere di USA e Israele.
Secondo la legge è un reato, lo sappiamo.
Dunque le/gli studenti hanno scelto di compiere un atto di disobbedienza civile che non comporta alcuna violenza, alcun danno verso persone o cose, ma che ha una forte valenza simbolica e politica.
Usa e Israele hanno scatenato una guerra illegale contro l’Iran e il Libano che sta incendiando il Medio Oriente e creando una crisi energetica senza precedenti: chi potrebbe negarlo?
Usa e Israele hanno annientato il diritto internazionale che a scuola si insegna insieme con la Costituzione per formare cittadine/i consapevoli. Chi potrebbe negarlo?
Il gesto di bruciarne le bandiere significa che le guerre e i genocidi di coloro che si credono i re del mondo non appartengono a loro, significa ripudiare la guerra come strumento di risoluzione dei conflitti (art. 11 della Costituzione).
Lo slogan “Noi non ci arruoliamo” a sua volta significa una scelta consapevole per la pace e la giustizia sociale, secondo i valori che a scuola cerchiamo di insegnare.
Mentre il mondo adulto affoga nelle sue contraddizioni e ipocrisie, mentre i potenti della terra stanno conducendo l’intero pianeta sull’orlo della distruzione, la disobbedienza civile delle/gli studenti è dunque un atto di responsabilità e di coraggio, un richiamo alla ragione contro la follia della guerra, come proclamava instancabilmente Erasmo da Rotterdam.
Ai giovani che mostrano di sapere da che parte stare va dunque la nostra solidarietà di docenti pacifisti e antimilitaristi perché il loro ripudio della follia della guerra e dei genocidi, il loro rifiuto di essere complici di politiche di morte e di distruzione sono anche i nostri e il loro aperto gesto di disobbedienza civile ravviva in noi la speranza che la nuova generazione saprà lottare per fermare le guerre e per costruire un mondo più giusto.


19 marzo 2026

Scuola per la pace Torino e Piemonte


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Riparte il movimento?

13 marzo 2026, ore 18 – Volere la luna, via Trivero 16, Torino

Riparte il movimento? A Roma la manifestazione nazionale contro le destre e contro le guerre. In partenza dai porti europei una nuova e più grande Flotilla per Gaza. Si sta forse aprendo una nuova stagione di mobilitazione politica e sociale?

Ne parliamo con:

Maria Elena Delia, portavoce nazionale della Global Sumud Flotilla,

Giorgio Monestarolo, Scuola per la pace Torino e Piemonte,

Filippo Barbera, sociologo dell’Università di Torino.

Modera Terry Silvestrini.

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Il volantinaggio di Gioventù Nazionale davanti all’ingresso del Liceo Cavour

Il volantinaggio di Gioventù nazionale davanti all’ingresso del liceo Cavour, la mattina del 26/02/26, è stato un flop.

La distribuzione di contenuti che spingono all’odio e al disprezzo verso giovani di origine straniera, che ledono l’idea di cittadinanza multietnica e cosmopolita, non ha trovato appeal negli/nelle studenti che sono transitati/e, come di consueto, dall’ingresso alle aule, ma anzi ha avuto l’effetto di suscitare attenzione e reazione a contrasto, di slogan tesi a fomentare paura e razzismo, consolidando lo scambio e l’interazione fra studenti e docenti finalizzata alla produzione di cultura democratica.
La Prof.ssa Cristina Bracchi, componente della Scuola per la pace di Torino e Piemonte, e del Collegio docenti del LCeM Cavour di Torino, a seguito dell’episodio, ha proposto alla discussione, nella seduta del Collegio del 27 febbraio 2026, un breve testo, firmato poi da 55 docenti, che afferma, quale scelta ideale e pedagogica concreta, l’adesione del comportamento e dell’azione docente ai principi della Costituzione italiana.


Il testo:


La scuola plurale e inclusiva che promuoviamo al Liceo Classico e Musicale Cavour di Torino non è interessata a provocazioni, da chiunque presentate, a contenuto razzista, discriminatorio e violento. Il giorno 26 febbraio 2026 all’ingresso della sede di Corso Tassoni, un gruppo di giovani di Gioventù nazionale, vicina a Fratelli d’Italia, si è presentato alle ore 8:00 con un corredo di volantini, ben noto in città perché lo stesso copione si è svolto all’ingresso di altri istituti scolastici torinesi, che fomentano l’odio verso i cosiddetti ‘maranza’ e invitano a seguire invece presunti valori e stile di vita dei
promotori, evidentemente razzisti e illiberali. Il corredo prevedeva anche la polizia e la digos, in sevizio grazie ai soldi dei/delle contribuenti, che invece di proteggere e accompagnare con la loro presenza l’idea democratica di pace, accoglienza e pluralità vigilava affinché i volantini xenofobi potessero essere distribuiti senza ostacoli.
Il Liceo Cavour ribadisce il proprio stile di cittadinanza democratica e ricusa ogni tentativo di strumentalizzazione da parte di chi confonde il diritto di espressione con l’espressione illiberale del disprezzo e dell’odio verso chiunque e qualsiasi categoria sociale.


Torino, 27 febbraio 2026

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Presentazione del libro: Ordine nuovo. Il nostro onore si chiama fedeltà di Loredana Guerrieri

Ordine nuovo. Il nostro onore si chiama fedeltà”, di Loredana Guerrieri

5 marzo ore 18
Unione Culturale Franco Antonicelli
Via Cesare Battisti 4b, Torino

Abbiamo conosciuto Loredana Guerrieri circa un anno e mezzo fa in occasione in un incontro sulle donne di destra tenuto a Volere la luna e volentieri abbiamo organizzato, insieme con l’Unione Culturale Franco Antonicelli e con il Coordinamento Antifascista Torino, la presentazione del suo nuovo lavoro sul gruppo neofascista Ordine Nuovo nato alla fine degli anni Cinquanta e scioltosi nel 1973.


Il tema del fascismo e del neofascismo nei suoi aspetti storici, politici e ideologici è di nostro interesse non solo perché strettamente legato alla attualità – anche rispetto a quanto avviene nelle scuole con volantinaggi e vere e proprie incursioni in molti istituti scolastici italiani -, ma anche perché rappresenta un filo conduttore originario del nostro discorso antimilitarista in quanto la guerra è strutturalmente connessa con il fascismo come ben spiega Benito Mussolini nella voce (utilissima per la didattica di storia del quinto anno delle superiori) Fascismo di Arturo Marpicati, Benito Mussolini, Gioacchino Volpe, Enciclopedia Italiana (1932):
Anzitutto il fascismo, per quanto riguarda, in generale, l’avvenire e lo sviluppo dell’umanità, e a parte ogni considerazione di politica attuale, non crede alla possibilità né all’utilità della pace perpetua. Respinge quindi il pacifismo che nasconde una rinuncia alla lotta e una viltà – di fronte al sacrificio. Solo la guerra porta al massimo di tensione tutte le energie umane e imprime un sigillo di nobiltà ai popoli che hanno la virtù di affrontarla. Tutte le altre prove sono dei sostituti, che non pongono mai l’uomo di fronte a sé stesso, nell’alternativa della vita e della morte. Una dottrina, quindi, che parta dal postulato pregiudiziale della pace, è estranea al fascismo; così come estranee allo spirito del fascismo, anche se accettate per quel tanto di utilità che possono avere in determinate situazioni politiche, sono tutte le costruzioni internazionalistiche e societarie, le quali, come la storia dimostra, si possono disperdere al vento quando elementi sentimentali, ideali e pratici muovono a tempesta il cuore dei popoli. Questo spirito antipacifista, il fascismo lo trasporta anche nella vita degl’individui. L’orgoglioso motto squadrista “me ne frego”, scritto sulle bende di una ferita, è un atto di filosofia non soltanto stoica, è il sunto di una dottrina non soltanto politica: è l’educazione al combattimento, l’accettazione dei rischi che esso comporta; è un nuovo stile di vita italiano”.

Per questo essere antimilitaristi significa essere antifascisti e viceversa.

Invitiamo tutt* a divulgare e partecipare.

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La sfida di Gaza. Resistere al presente, guardando al futuro.

Resistere al presente, guardando al futuro


Il 27 febbraio alle ore 17.30 presso la Casa delle donne (via Vanchiglia 3, Torino) Barbara Strambaci e Terry Silvestrini di Scuola per la pace interverranno a un incontro con la associazione Cultura è libertà presentando le attività del progetto Nello specchio di Gaza. La cultura palestinese e noi e raccontando l’esperienza di solidarietà con le scuole di Gaza.
Invitiamo tutt* a divulgare e partecipare.

NdR: qui il IL VIDEO dell’evento

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Il Giorno della Memoria all’IC Sibilla Aleramo

Condivido con voi come ho affrontato il giorno della memoria nella mia classe quinta scuola primaria.
Al mattino abbiamo presentato le leggi razziali attraverso la visione alla LIM di fonti storiche. Abbiamo presentato tutte le categorie discriminate e soggette a persecuzione.
Dopo aver discusso ampiamente anche sul concetto di razza abbiamo proposto un gioco di ruolo: tutti i bambini si sono disposti in riga e ad ognuno abbiamo consegnato un foglietto con un’ identità ( breve descrizione e simbolo tipo stella di David e i vari triangoli). A quel punto abbiamo posto domande progressive sulla perdita di determinati diritti. Ad ogni giro di domande chi perdeva un diritto rimaneva fermo chi lo manteneva faceva un passo avanti. Alla fine sono arrivati con tutti i diritti conservati solo gli ariani.
Ho chiesto loro come si fossero sentiti e se chi andava avanti avesse mai pensato a chi i diritti li aveva persi. Sono emerse interessanti osservazioni specialmente sull’indifferenza, e sulla paura. Però ciò che mi ha fatto venire i mjbrividi é stata un’alunna che, al termine dell’attività, mentre stavamo ritirando i foglietti con le identità, mi ha detto: “Maestra per favore, buttali via, non voglio più vederli”. Il gioco di ruolo le ha fatto vivere la discriminazione sulla pelle e l’ha sentita tutta. Nell’emozione mi sono detta: obiettivo raggiunto.

Nel pomeriggio ho fatto chiarezza sui termini Shoah, olocausto e genocidio presentando poi Primo Levi che già un po’ ricordavano dallo scorso anno.

Leggendo la poesia mi sono soffermata sul monito “perché mai più accada” e facendo vedere come invece sia accaduto, riferendomi ai genocidi passati e a quello in corso a Gaza, riportando i riferimenti ai vari tribunali internazionali e alla commissione ONU per GAZA.
Alla fine su un testo poetico di YAHYA (ragazzo palestinese con cui il Comitato Un aiuto per la Palestina ha i contatti) ho lasciato che ognuno esprimesse le proprie emozioni e i pensieri con la tecnica del caviardage (metodo di scrittura poetica). Vi mando qualche pensiero e un paio di caviardage quasi terminati.

Tra le frasi scritte dalle/gli studenti:
“Sono sopravvissuto e sono poesia”.
“Sofia: Sopravvissuto… forse…dopo tutti i genocidi, un giorno vivrò con delle rose in mano e con una speranza di respirare meglio. Vivrò… vivrò…una bella giornata di pace”.
“David: quando avrò conoscenza della storia vivrò con più aria fresca”
E tanti altri …
Barbara Strambaci

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Il Giorno della Memoria all’IPSEOA G. Pastore di Varallo Sesia

Mercoledì 28 gennaio la classe seconda A dell’IPSEOA “G. Pastore” (sede di Varallo) ha conosciuto Gianmarco Pisa, peacekeeper civile professionista e segretario nazionale dell’Istituto Italiano di Ricerca per la Pace-Corpi Civili di Pace (IPRI-CCP). [continua]

Il suo intervento, condotto parzialmente in forma laboratoriale, si è concentrato sui temi della pace, della cooperazione e della nonviolenza, con specifico riferimento alle misure di impegno e di ricerca-azione per corpi civili di pace finalizzati alla trasformazione costruttiva dei conflitti. L’incontro è stato pensato anche a partire dai contenuti del suo libro, fresco di stampa, intitolato Più eterno del bronzo. Educazione alla cultura e semantica del monumento. L’orizzonte della cultura come prospettiva di costruzione della pace. Si è trattato di un momento didattico trasversale a diverse discipline – storia, geografia, diritto, arte – in grado di dare un’ampia prospettiva educativa e stimolare riflessioni cui, nel complesso, la classe non si è sottratta.

La mattina precedente, in occasione dell’anniversario della liberazione di Auschwitz da parte dell’Armata Rossa e del Giorno della Memoria, nella stessa classe c’era stato un intervento della docente di storia e di un collega di sostegno sul significato della ricorrenza. A oltre ottant’anni dalla Shoah, commemorazione e memoria dovrebbero legarsi sempre di più a un’adeguata conoscenza storica. E così, dopo una rapida lettura del testo di legge che nel 2000 istituì in Italia il Giorno della Memoria, studenti e studentesse sono stati/e invitati/e a riflettere sulle politiche di sterminio naziste e fasciste contro la popolazione ebraica europea, i prigionieri di guerra sovietici, i polacchi non ebrei, i rom, i civili serbi massacrati dalle autorità ustascia, le persone con disabilità, gli oppositori e i dissidenti politici, i “criminali professionisti” e gli “asociali”, i Testimoni di Geova, gli omosessuali e i bisessuali, e contro le persone con la pelle nera. Lo slogan Never again associato alla Shoah è stato chiamato in causa perché venga inteso come lezione universale per tutta l’umanità. Questo passaggio ha portato a citare la recente risoluzione dell’International Association of Genocide Scholars (IAGS), secondo cui Israele sta commettendo un genocidio a Gaza. La lezione si è conclusa con la proiezione dell’importante intervista rilasciata da Primo Levi alla Rai il 25 gennaio 1975 e consigliata fra le proposte didattiche dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università e dalla Scuola per la pace per il Giorno della Memoria 2026.

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Comunicato di Scuola per la Pace sul corteo del 31 Gennaio a Torino

La Scuola per la pace sulla manifestazione del 31 gennaio

La Scuola per la pace ha aderito e partecipato alla manifestazione di Torino del 31 gennaio 2026, convocata dal centro sociale Askatasuna, perché l’esistenza degli spazi sociali è essenziale per il nostro lavoro di docenti e la nostra vita di cittadine e cittadini.
Ricordiamo che nel giorno nefasto di “sgombero” di Askatasuna sono state chiuse d’imperio tre scuole, i cui spazi sono stati militarizzati per oltre un mese e mezzo insieme con l’intero quartiere.
La stessa Scuola per la pace è uno spazio sociale creativo e alternativo di produzione di pensiero, cultura e relazioni che promuove momenti di incontro e confronto con diverse realtà, in un contesto generale in cui la frammentazione e l’individualizzazione minano alle radici la coesione e la solidarietà sociale con il rischio di annientare ogni pensiero critico e dissenziente.
Siamo dunque scesi in piazza per rivendicare le nostre pratiche democratiche e la nostra libertà costituzionale di insegnamento, fortemente minacciate da misure come le ispezioni nelle scuole e le circolari che tentano di silenziare il dibattito.
Siamo scesi in piazza perché crediamo che la scuola debba essere un luogo di apprendimento critico e civico, non un’azienda che produce sudditi obbedienti.
Siamo scesi in piazza per solidarizzare con gli studenti minorenni, per quasi un mese agli arresti per essersi opposti alla propaganda di messaggi razzisti presso la loro scuola.
Siamo scesi in piazza contro la guerra europea e la corsa agli armamenti che governanti irresponsabili prospettano come unica soluzione alla crisi e al declino del capitalismo occidentale.
Siamo scesi in piazza per la Palestina, contro un genocidio che consideriamo un abominevole attentato a ogni etica e politica di giustizia.
Siamo scesi in piazza per dire a gran voce che la narrazione di gran parte della classe dirigente, e dei suoi megafoni mediatici, non è la nostra, che noi sappiamo da che parte stare: quella della giustizia sociale, dell’antifascismo, della pace, della libertà di pensiero, parola e opinione, della cura delle relazioni e della natura, del rispetto e dell’amore per il vivente.
La pratica dello scontro con le Forze dell’Ordine, con cui si è concluso il corteo, non ci appartiene: la nostra pratica politica è nonviolenta. E così sono il nostro impegno di docenti e il nostro insegnamento quotidiano attraverso le molte attività di educazione alla pace che da tre anni e mezzo portiamo avanti nelle scuole.
Rigettiamo il tentativo di polarizzare il discorso pubblico e politico strumentalizzando quell’episodio per screditare l’enorme corteo, pacifico e determinato, con il fine di giungere all’inasprimento delle misure di ordine pubblico che già i decreti sicurezza e la legge di contrasto all’antisemitismo stanno predisponendo, per silenziare il dissenso verso un governo guerrafondaio che investe in armi invece che in welfare, che progetta opere inutili come il ponte sullo stretto invece di mettere in sicurezza i territori, che si schiera dalla parte del genocidio, che vuole il controllo sulla magistratura, che prospetta di smantellare i principi costituzionali della Repubblica attraverso l’instaurazione di uno stato di polizia.
In questi giorni molte voci si stanno levando per smascherare la verità dei fatti.
A queste voci aggiungiamo la nostra: invitiamo le/i docenti a non lasciarsi intimidire, a partecipare alle prossime manifestazioni, a continuare a educare ai valori democratici del rispetto e della libertà di espressione, a costruire insieme un grande movimento di resistenza a guerre, repressione e autoritarismo.

La Scuola per la pace Torino e Piemonte

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Contro la pedagogia della repressione e per la libertà di dissenso

Il filosofo Gentile, non rimpianto padre della scuola classista italiana, rivendicò le azioni omicide delle squadracce fasciste parlando di “filosofia del manganello”.

Più prosaicamente, la presidente Meloni ha inaugurato una “pedagogia della repressione” – praticata con manganellate, lacrimogeni, carcere e misure cautelari – con cui sta “educando” cittadine e cittadini, in particolare di origine straniera, e minorenni delle nostre scuole, a stare al loro posto e non disturbare il governo.

Dopo le straordinarie mobilitazioni dell’autunno contro il genocidio della popolazione palestinese, la repressione ordinata dal ministro dell’interno e fatta propria dalla procura torinese sta mietendo quotidianamente vittime.

Il tentativo di espulsione dell’imam Shahin, gli arresti degli e delle animatrici delle reti di solidarietà con la Palestina, lo sgombero di Askatasuna con la militarizzazione del quartiere e infine l’arresto di sei studenti minorenni delle scuole torinesi sono tasselli di un unico piano repressivo.

Si tratta di mostrare alle persone senza potere che non possono permettersi di avere un’opinione politica né di esprimerla, tantomeno con le loro azioni.

Forme di castigo intimidatorie applicate a giovani che rifiutano la propaganda fascista e razzista e manifestano per la liberazione del popolo palestinese e contro le guerre vogliono insegnare che del diritto internazionale, dei diritti di cittadinanza e della stessa Costituzione si può “fare strame”.

Noi, che viviamo ogni giorno il mondo della scuola, così colpito nella nostra città, non abbiamo intenzione di restare a guardare: per questo siamo a fianco di tutte le persone che generosamente cercano di fare del mondo un luogo meno ingiusto e spietato di quanto oggi sia diventato.

Il potere che esibisce poliziotti e carabinieri nelle strade, commina multe salate per le manifestazioni d’autunno, sottopone giovani minorenni a misure detentive come strumenti di controllo del territorio mostra infatti di temere il dissenso e si preoccupa principalmente di soffocare e silenziare le voci critiche. Come avviene nello scenario internazionale, così sul piano locale poteri ormai privi della forza della ragione colpiscono chi si oppone dispiegando la cruda ragione della forza.

Per questo invitiamo lavoratrici, lavoratori, studenti, cittadine/i a organizzarsi ed esprimersi contro le politiche repressive messe in atto dal governo e da una parte della magistratura e delle forze dell’ordine. Sollecitiamo la convergenza di tutte le realtà sindacali che non si piegano e dell’associazionismo democratico e progressista.

Raccogliamo l’invito della grande assemblea, con partecipazioni da ogni parte d’Italia, tenuta al Campus Einaudi di Torino il 17 gennaio scorso per per lanciare un segnale chiaro e fermo contro ogni deriva antidemocratica e contro le politiche di guerra.

Continuando il nostro impegno nella costruzione di una partecipazione attiva nei luoghi di lavoro e nelle scuole, vogliamo contribuire al successo della manifestazione nazionale contro la repressione che si terrà a Torino il 31 gennaio. Iniziamo un percorso di netto rifiuto delle politiche governative: respingere la pedagogia della repressione e chiedere la liberazione dei giovani impegnati nelle lotte per la Palestina e nelle lotte sociali è un atto civile necessario per evitare che si compia una svolta liberticida e reazionaria, di cui percepiamo le nere avvisaglie.

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